Come ha inizio la vostra storia?
Ajadi / La mia storia è sempre stata, in qualche modo, una storia di verde. O forse, più precisamente, è la storia dell’accorgermi col tempo che il verde c’è sempre stato. Molti dei miei ricordi più felici hanno infatti la forma, l’odore o il colore di una pianta: giocare in Albania con le lumache sotto l’ombra di una vite, l’odore dolce del sambuco mentre tiravo i primi calci a un pallone con i miei cugini, o le gallerie fitte del lauroceraso che attraversavo come piccoli passaggi segreti. Da bambino osservavo molto gli alberi e facevo continue domande su come vivessero, su cosa accadesse nel loro tempo silenzioso.
Ricordo anche una convinzione curiosa che avevo quando passeggiavo nei parchi: ero convinto che esistessero da prima delle città, e che gli insediamenti fossero arrivati solo dopo, costruiti tutto intorno, lasciando quei frammenti di natura liberi di continuare a esistere. Con il tempo ho capito che non era così, ma quell’immagine ha continuato a orientare il mio sguardo. Ancora oggi, quando progetto, torno spesso a quell’idea semplice: immaginare un verde che faccia spazio alla città, e non una città che tolleri il verde ai suoi margini. La curiosità è diventata una passione consapevole molti anni dopo, quando vivevo a Brasília. È stato lì che ho capito che il verde poteva essere pensato e progettato, che dietro ogni giardino esiste un gesto di immaginazione e di responsabilità. Nel chiedermi come avrei potuto farlo io, ho riconosciuto qualcosa di familiare: la possibilità di trasformare una sensibilità nata tra gli alberi in un modo di guardare e costruire il mondo.
Pietro / Da bambino, dopo la scuola, i miei pomeriggi scorrevano in Valle Santa Croce, in un parco poco distante da casa. Ai miei occhi era un luogo incantato: un piccolo mondo dove potevo giocare agli indiani, esplorare sentieri nascosti e osservare in silenzio gli animali della terra e quelli dell’acqua. Nei fine settimana seguivo invece mio nonno nel suo frutteto, che lui aveva chiamato Settimino. Camminando tra gli alberi mi insegnava i nomi delle piante, il lavoro paziente della terra e il ritmo antico delle stagioni, con le loro metamorfosi lente e continue che trasformano il paesaggio.
È crescendo così, in una vicinanza quotidiana con ciò che chiamiamo “natura”, che ho scoperto la gioia profonda di lavorare con gli elementi vivi dei giardini.
Come immaginate il vostro “paesaggio mentale” quando create? Ci sono luoghi reali o fantastici che vi guidano?
Ajadi / Uno dei luoghi reali che più spesso affiora quando immagino il mio “paesaggio mentale” è il giardino dietro la casa estiva della mia famiglia in Albania. Davanti alla casa c’è un giardino curato, ordinato: mio padre taglia regolarmente l’erba, sistema le piante, mantiene tutto in equilibrio. Dietro, invece, il giardino cresce libero. L’erba è alta e le piante si mescolano tra loro. Quando penso al mio paesaggio mentale torno spesso a quel rifugio sul retro: uno spazio ribelle, un giardino che non cerca di dominare la natura ma di convivere con la sua energia più indisciplinata.
Pietro / Il mio paesaggio mentale è un territorio di confine, un ecosistema fluido dove la memoria geologica incontra l’immaginazione pura. Quando creo, non vedo solo immagini statiche, ma flussi di energia e strutture che si compongono: a guidarmi è soprattutto l’esperienza diretta dei luoghi reali che attraverso: frammenti di paesaggi visitati da cui attingo un’emozione, un profumo o un ricordo tattile. Tra i luoghi fantastici, la mia mente abita le città sommerse dalla vegetazione di Studio Ghibli, dove il verde non è una decorazione ma una forza che guarisce le ferite del cemento. È un paesaggio dove la tecnologia si arrende alla bellezza organica. Creare significa per me immergermi in questa “frattura fertile”, cercando di tradurre quella sensazione di pace e mistero in spazi concreti.
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei vostri lavori?
Ajadi / L’idea che attraversa spesso i miei progetti è il desiderio di comunicare attraverso la vegetazione. Mi interessa pensare il verde non soltanto come materia da organizzare nello spazio, ma come un linguaggio. Vorrei che i miei progetti rendessero leggibile il racconto dei tempi, delle forme e delle relazioni della natura.
Pietro / Il mio sogno ricorrente è la “Riconquista Gentile”: un’idea fissa che guida ogni mio lavoro e che vede il progetto non come un’imposizione, ma come un’apertura. Non immagino foreste che distruggono le città, ma spazi dove l’uomo fa consapevolmente un passo indietro per lasciare che la natura riprenda il suo ruolo, integrandosi con discrezione nelle fessure del costruito. Immagino superfici che smettono di essere sterili per diventare basi fertili: pavimentazioni che lasciano passare l’erba, muri che ospitano muschi, angoli trascurati che si trasformano in micro-ecosistemi. L’obiettivo è trasformare il paesaggio quotidiano in un mosaico di oasi connesse, dove la vegetazione convive con le nostre abitudini senza essere relegata a semplice decoro. La mia “Riconquista Gentile” è il sogno di un ambiente in cui non servano più grandi sforzi di manutenzione perché l’equilibrio è stato finalmente ritrovato. È l’idea di un mondo dove il verde non è un ospite temporaneo, ma il vero padrone di casa, capace di guarire visivamente e funzionalmente gli spazi in cui viviamo.
In che modo la natura ispira i vostri progetti e il vostro stile di vita?
Ajadi / La natura ispira profondamente il mio modo di progettare, ma anche il mio modo di stare al mondo. Non tanto come modello estetico da imitare, quanto come insieme di atteggiamenti e dinamiche da osservare e da cui imparare. Una delle qualità che più mi colpisce è la sua straordinaria capacità di adattamento. Le piante insegnano che ogni luogo, anche il più difficile, può diventare uno spazio abitabile se si è capaci di leggere le condizioni che lo definiscono. Da qui la mia attenzione all’ascolto del luogo affinché i miei progetti possano nascere dalle sue caratteristiche invece che imporsi su di esse. Allo stesso tempo, la natura mostra una continua tendenza all’incontro e allo scambio, con la sua rete di relazioni, collaborazioni e competizioni che rendono l’ecosistema dinamico e vitale. Il valore della contaminazione mi ha aiutato a immaginare giardini e spazi verdi come luoghi aperti, capaci di evolversi, di accogliere differenze e di generare nuove possibilità nel tempo.
Pietro / La natura ispira i miei progetti come un organismo dinamico, non come un quadro statico. Da Piet Oudolf imparo che la vera ispirazione risiede nell’accettare il ciclo completo della vita: non cerco solo la fioritura, ma la struttura, la fragilità delle graminacee e la bellezza dei semi che restano in inverno. Progettare significa assecondare l’ecologia del luogo, creando comunità vegetali che sappiano autoregolarsi. La natura mi insegna che l’imperfezione è una forma superiore di eleganza e che un giardino è vivo solo quando attira insetti, uccelli e mutamenti.
Nel mio stile di vita, questa filosofia si traduce in una pazienza radicale. Osservare la natura mi educa a rispettare i tempi lunghi, a capire che non tutto può essere accelerato. Mi ispira a vivere con meno, privilegiando la qualità della materia e la connessione con la terra. La natura mi insegna l’umiltà: io preparo la scena, ma è lei a recitare la parte principale. Abbracciare questo ritmo significa ridurre lo stress del controllo e riscoprire il valore dell’attesa. Il mio quotidiano diventa così un esercizio di osservazione silenziosa, dove ogni stagione porta con sé una lezione di resilienza e rigenerazione.
Quali sono le persone che più vi hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
Ajadi / Due figure che hanno profondamente influenzato il mio modo di pensare e progettare il verde sono Roberto Burle Marx e Derek Jarman. Il primo è stato una scoperta decisiva durante il mio soggiorno a Brasilia. Ho fatto tesoro dell’idea che uno spazio può essere progettato anche come un grande dipinto vivente, pensato con la libertà compositiva di un artista e che le piante non sono soltanto elementi ornamentali, ma veri e propri materiali espressivi. Da Derek Jarman, invece, mi accompagna soprattutto l’idea che il giardino possa essere un gesto profondamente personale, quasi esistenziale. Il suo lavoro mi ha insegnato l’importanza di progettare con il luogo e non contro di esso: ascoltarne le condizioni, rispettarne il paesaggio, lavorare con le specie che naturalmente vi appartengono. Nel suo approccio il giardino diventa anche un atto culturale e politico, capace di raccontare una visione del mondo e un modo di abitare la terra. Accanto a queste figure, un riferimento importante per il mio modo di guardare alle piante è anche Stefano Mancuso. Il suo lavoro sulla comunicazione e sull’intelligenza delle piante ha contribuito a cambiare radicalmente il mio sguardo: non più organismi silenziosi e passivi, ma esseri viventi capaci di relazioni, adattamenti e strategie complesse. Questa consapevolezza introduce nel progetto del verde una dimensione ulteriore, che invita a considerare il giardino come una comunità vivente, fatta di interazioni e scambi continui.
Tra queste figure si colloca il mio modo di pensare il progetto del verde: da un lato il desiderio di comporre lo spazio con uno sguardo artistico, dall’altro l’attenzione a un rapporto etico e sensibile con il paesaggio e con le forme di vita che lo abitano.
Pietro / Le figure che più mi hanno ispirato sono sicuramente Piet Oudolf, Bruno Munari e Hayao Miyazaki. Si tratta di tre artisti capaci di offrire rappresentazioni nuove e stupefacenti del paesaggio, pur lavorando con stili e strumenti completamente differenti. Questa distanza, tuttavia, è solo apparente: in realtà condividono uno sguardo sul mondo che è profondo, attento e intriso di meraviglia. Da Piet Oudolf ho imparato che la bellezza non risiede nell’istante della contemplazione, ma nella continua evoluzione del processo, ciclica e tuttavia sempre nuova.
Per Oudolf anche la sfioritura delle piante è un momento ricco di fascino: la struttura, i colori dell’autunno, le forme nude dell’inverno raccontano il tempo che passa. Il suo insegnamento è accettare il ciclo della vita, il flusso inarrestabile del mutamento, e trasformarlo in paesaggio, valorizzandone in modo spontaneo i ritmi naturali.
A questa visione si unisce il pensiero di Bruno Munari, maestro della semplicità. La sua lezione è che complicare è facile, mentre semplificare richiede intelligenza. Munari invita a osservare ogni cosa, persino un albero o un sasso, come un sistema di regole e possibilità creative, cercandone sempre l’essenza. Miyazaki, invece, non si limita a rappresentare il paesaggio: lo narra e lo rende protagonista, donandogli un’anima. Nei suoi mondi la natura è viva e densa di memoria. Insieme, questi tre maestri uniscono logica, materia e immaginazione, invitandoci a creare con mente lucida e cuore aperto alla meraviglia.
Se il vostro modo di progettare fosse un sogno, come immaginate lo scenario? Lucido, epico, silenzioso o collettivo?
Ajadi / Sarebbe un sogno che non perde mai del tutto il contatto con la realtà. La dimensione onirica dei miei progetti è ciò che permette di immaginare possibilità nuove, scenari che ancora non esistono; la lucidità, invece, è ciò che consente di radicare quelle visioni nel mondo reale.
Pietro / Se il mio modo di progettare fosse un sogno, lo immagino silenzioso e collettivo. Sarebbe un sogno di quiete, dove la frattura fertile accoglie il passaggio di tutti, diventando uno spazio di incontro spontaneo. Non cerco la perfezione lucida del disegno, ma la chiarezza di un luogo che respira e appartiene a chi lo vive. Un paesaggio che non si impone, ma che invita alla sosta, dove la natura riconquista il suo ruolo sociale e torna a essere un bene comune, vivo e condiviso.
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione sperate si provi entrando in contatto con il vostro progetto?
Un’emozione che dovremmo provare più spesso: il desiderio di abbandonarsi alla fantasia.
Se il vostro progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
“Manta Ray” di J. Ralph e Anohni.
Cinque parole per voi strettamente legate ai concetti di sogno e illusione.
Visione, utopia, trasformazione, fantasia, incanto.
[BIO]
Ajadi Bushaj nasce a Novara nel 2000.
Nel 2021 si trasferisce a Brasília, dove inizialmente intraprende un corso di grafica. Vivendo la città capisce però che il linguaggio che sente più vicino è quello del paesaggio. Rientrato in Italia studia Garden Design a Milano, alla scuola Arte&Messaggio, dove incontra il progettista Pietro Frazzei. Insieme lavorano alla progettazione di giardini e spazi verdi e realizzano installazioni botaniche per eventi come il Salone del Mobile e la Fashion Week.
[BIO]
Pietro Frazzei nasce a Lecco nel 1998.
Nel 2024 consegue il Master in Garden and Landscape Design alla Civica Scuola Arte&Messaggio di Milano. Dal 2022 collabora con il progettista Ajadi Bushaj. Ha maturato esperienze negli allestimenti per Milano Fashion Week e Salone del Mobile. In Svizzera si dedica al linguaggio naturalistico lavorando in un giardino firmato da Piet Oudolf; successivamente approfondisce, con Vera Luciani, il tema dei biolaghi e dei paesaggi mediterranei.
“La natura ispira profondamente il mio modo di progettare, ma anche il mio modo di stare al mondo. Non tanto come modello estetico da imitare, quanto come insieme di atteggiamenti e dinamiche da osservare e da cui imparare.” – Ajadi
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“Tra i luoghi fantastici, la mia mente abita le città sommerse dalla vegetazione di Studio Ghibli, dove il verde non è una decorazione ma una forza che guarisce le ferite del cemento. È un paesaggio dove la tecnologia si arrende alla bellezza organica. Creare significa per me immergermi in questa “frattura fertile”, cercando di tradurre quella sensazione di pace e mistero in spazi concreti.” – Pietro