Come ha inizio la tua storia?
Sono sempre stato affascinato dalla natura fin da bambino.
Amavo la complessità e l’opulenza arborea dei boschi, ero attratto dei minerali e dalle formazioni geologiche, dagli ambienti acquatici in tutte le loro forme di vita. Ho avuto la fortuna di trascorrere molto tempo immerso nei ritmi naturali della campagna, spesso alla ricerca di un ordine sotteso nelle venature del suolo e nelle ramificazioni degli alberi. Ho da sempre sperimentato che non esistono rigidi confini in natura ma spazi di transizione, di combinazione e di convivenza. Il desiderio di saper leggere questi tratti della natura mi ha portato ad interessarmi di botanica, di mineralogia ma anche di storia degli insediamenti e di architettura. Per questo motivo ho intrapreso gli studi di ingegneria e architettura per poter accedere agli strumenti di progettazione con una sensibilità sempre chiara per l’ambito naturale.
Quali sono le persone che più ti hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
Le persone più influenti nella mia crescita professionale sono sicuramente coloro che mi hanno introdotto al mondo del design computazionale, allo studio della complessità come esito di processi generativi e alle dinamiche evolutive. Ho inoltre tratto ispirazione da tutte le collaborazioni con artisti e tecnologi in occasione dei progetti di avanguardia ai quali ho preso parte. Credo sia stato centrale nell’identificazione del mio ambito di interesse, cogliere gli stimoli derivanti da tutte le discipline afferenti e tradurli al meglio in sintesi progettuale condivisa.
Quale opera d’arte/oggetto di design posizioneresti al centro di un’esposizione?
“Waterbones” di Loris Cecchini
In che modo la natura ispira i tuoi progetti e il tuo stile di vita?
Sono ispirato da tutti i fenomeni naturali, sia quelli che si presentano quotidianamente ai nostri occhi, come le vibrazioni nell’acqua, sia a quelli passati, come le formazioni geologiche, di cui il presente è solo testimonianza. Riconosco nell’osservazione diretta il primo modo per sviluppare una conoscenza e per tale motivo la curiosità mi porta spesso a rileggere la forma nel tentativo di comprenderne i processi all’origine. Cerco continuamente di tradurre questi processi in algoritmi simulativi o di svilupparne sintesi formali. La natura è una fonte infinita di spunti ed è il primo repertorio dal quale attingere per poter generare armonia e complessità.
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei tuoi lavori?
Vorrei che il gesto artistico fosse solo a tratti riconoscibile, vorrei poter renderlo indistinguibile dalla natura. Vorrei poter concorrere e interagire con i processi geologici naturali al punto da sublimarmi in essi. Vorrei poter codificare una morfologia artificiale in grado di accogliere la natura come propria co-autrice, nel desiderio di un’ideale metamorfosi. Sogno un’arte ambientale che si ispiri alle grotte del Buontalenti al giardino di Boboli, alla completa fusione tra elementi architettonici e autentici frammenti naturali. Sogno una materialità che sia custode del proprio processo di genesi e sia testimone di contaminazioni contemporanee e di nuovi linguaggi formali.
Esiste uno scenario fantastico che incarna il tuo immaginario artistico?
Sono in generale molto affascinato dagli scenari fantastici delle Città Invisibili di Italo Calvino. Attingo spesso a questo repertorio narrativo moderno per poter pienamente immergermi nella fantasticazione di chi ha creato centinaia di mondi paralleli. Nymphaeum, ad esempio, trae ispirazione dalla città di Isaura, la città dei mille pozzi in cui un paesaggio invisibile condiziona quello visibile. Nel mio immaginario attingo inoltre alla dualità della natura nella mitologia classica: rappresentata come bucolica ed eterna ma anche antropomorfa e mortale. Le narrazioni mitologiche offrono una chiave per incarnare principi e valori umani che vivono nel tempo assoluto e ai quali è necessario rivolgersi anche nella lettura del presente
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione speri si provi entrando in contatto con il tuo lavoro?
Connessione e immersione emotiva con l’acqua, nelle sue vibrazioni intangibili e nell’equilibrio dell’ecosistema acquatico. Mi auspico che il progetto trasmetta una sensazione di sospensione dalla gravità del corpo, dalle risposte della mente, un’evasione che porta all’ascolto della nostra dimensione più liquida, un’evocazione della vita fetale e dell’equilibrio con le altre forme viventi.
Se il tuo progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
Claude Debussy, Prélude à l’Après-midi d’un faune
Cinque parole per te strettamente legate ai concetti di sogno e illusione
Vibrazione, eco, riflesso, immersione, sospensione.
[BIO]
Alberto Chiusoli è un architetto e ingegnere attivo a Bologna, dove conduce una ricerca che intreccia architettura, arte e innovazione tecnologica. La sua pratica si concentra sulla progettazione algoritmico – computazionale finalizzata alla generazione di proposte artistiche fortemente ispirate ai processi naturali e all’uso avanzato della tecnologia 3D nella codificazione materiale. Ha preso parte come progettista esecutivo ad opere d’avanguardia esposte alla Triennale di Milano e alla Biennale di Architettura di Venezia. Attualmente si dedica alla progettazione architettonica integrata e alla formazione accademica dove promuove le sperimentazioni in ambito di stampa 3D e di design orientato alla sostenibilità.
> scatto di Paolo Poce, reinterpretato in postproduzione da Orticolario
“Vorrei poter concorrere e interagire con i processi geologici naturali al punto da sublimarmi in essi. Vorrei poter codificare una morfologia artificiale in grado di accogliere la natura come propria co-autrice, nel desiderio di un’ideale metamorfosi. Sogno un’arte ambientale che si ispiri alle grotte del Buontalenti al giardino di Boboli, alla completa fusione tra elementi architettonici e autentici frammenti naturali.”