Come ha inizio la vostra storia?
Anna / La mia storia nasce in una serra, tra vetri appannati, profumi di terra e foglie, dove il tempo scorre al ritmo delle stagioni. Sono cresciuta tra piante e fiori, in una famiglia che dal 1906 coltiva la vita. L’adolescenza mi ha spinta oltre quei vetri: ho attraversato città europee, respirato lingue, rumori e culture diverse, bramando la vastità e il caos del mondo cosmopolita. Oggi, con la magistrale in Architettura del Paesaggio, il cerchio si chiude: radici e orizzonti, memoria ed esperienza, natura e cultura si incontrano. L’arte e la creatività diventano ponte, e il progetto diventa un luogo vivo dove questi mondi dialogano, respirano e trasformano chi li attraversa.
Francesca / La mia storia inizia ad Altamura, tra la pietra chiara, il vento delle Murge e una luce che non lascia nulla in ombra. Crescere in Puglia significa convivere con una bellezza schietta, a volte ruvida, ma profondamente autentica. Fin da piccola sono stata curiosa, irrequieta e sognatrice: volevo capire come funzionano le cose, smontarle e ricomporle. Il paesaggio murgiano, con la sua apparente essenzialità, mi ha insegnato che anche ciò che sembra arido custodisce complessità invisibili. Progettare è diventato il mio modo di trasformare l’energia in spazio. Allo stesso tempo, ho sempre sentito il bisogno di spingermi oltre. Ho lavorato in diverse regioni d’Italia, dalla Puglia fino al Trentino, per confrontarmi con paesaggi opposti e ampliare il mio sguardo. Ho cercato esperienze anche all’estero, tra Europa e America, per assorbire linguaggi, culture e modi diversi di vivere lo spazio. Ogni partenza è stata un ritorno più consapevole: radici profonde, ma sguardo aperto.
Quali sono le persone che più vi hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
Anna / Il mio primo pensiero va naturalmente a mio nonno: è grazie alla sua passione per il verde se ho imparato ad amare le ore trascorse a lavorare in giardino, sotto il sole e con il sudore sulla fronte. Da lui ho imparato il valore del viaggio, anche quando sembra un salto nel vuoto senza paracadute, perché ogni paesaggio custodisce una lezione di vita da scoprire. Addentrandomi nei tecnicismi, il movimento dei New Perennials mi affascina profondamente. In particolare seguo la progettista Sara Price, che a Bergamo nel 2025 ha trasformato dipinti d’arte sacra in paesaggi commoventi, dimostrando come architettura, storia e natura possano dialogare. Le mie amiche londinesi, Jess e Ally di Aesme Studio: quando collaboro con loro mi guidano tra la calma della campagna inglese e il ritmo frenetico di Londra, dove garden design e arte floreale si intrecciano con poesia e sensibilità. Lo studio This Humid House (Singapore) mi ispira per il modo in cui lavora la materia vegetale con approccio quasi scultoreo, rispettando i caratteri ecosistemici e culturali e trasformando il verde in linguaggio vivo. Sul piano artistico, mi rapiscono i colori di Gauguin, i tessuti orientali, soprattutto indiani, e il Paisley di Etro, dove trama e colore diventano paesaggi da indossare. Infine, la pittura botanica di Margherita Leoni intreccia scienza ed estetica, suggerendomi come creare spazi in cui funzionalità, meccanismi vitali e bellezza respirano, dialogano in armonia.
Francesca / Le mie ispirazioni non appartengono a una sola persona o a un unico ambito: si muovono tra spazio, musica e cinema, intrecciandosi come linee di un unico racconto. Gli studi classici mi hanno dato struttura e senso della misura; l’esperienza teatrale al liceo, seppur breve, mi ha insegnato a percepire lo spazio come presenza viva, come luogo di tensione e trasformazione. Ho compreso che ogni progetto è una scena silenziosa in cui luce, materia e corpo entrano in relazione. Nel paesaggio guardo con ammirazione a maestri come Piet Oudolf, per la sua capacità di lavorare con il tempo e con la memoria stagionale, e Gilles Clément, per la visione del giardino come organismo in evoluzione e sistema aperto. Mi affascina anche l’approccio sensibile e pittorico di Dan Pearson, capace di costruire paesaggi che sembrano spontanei ma sono profondamente consapevoli. Anche la musica ha plasmato il mio sguardo. Mi muovo dall’energia istintiva del punk rock, cruda e liberatoria, alle atmosfere graffianti del grunge, fino alla profondità rarefatta e contemplativa del jazz giapponese. Nel cinema mi guidano le atmosfere sospese di Hayao Miyazaki, dove natura e spirito convivono senza gerarchie, e la potenza visionaria di Paolo Sorrentino, capace di trasformare il silenzio in epica contemporanea.
In che modo la natura ispira i vostri progetti e il vostro stile di vita?
Anna / In tutta sincerità, la natura è la mia ossessione. Il mio giardino è il mio rifugio e il mio laboratorio: la tisana del mattino profuma di erbe appena colte, gli aromi della cena raccontano le stagioni. Come fiorista, i fiori che coltivo diventano forme, colori e piccoli messaggi; nei giardini che progetto ogni pianta dialoga con il paesaggio circostante, raccontando storie di vento, terra e luce. Anche il tempo libero segue lo stesso filo verde: ogni viaggio, ogni vacanza è un’immersione nei dettagli nascosti dei luoghi, nei colori della terra, nei profumi dei fiori, nella luce che filtra tra gli alberi. Così La natura guida la mia vita, trasformando lavoro, sogno e quotidianità in un unico paesaggio in cui tutto vibra e mi fa sentire viva.
Francesca / La natura per me è sempre stata vita. Ci sono cresciuta dentro, fino a sentirne il respiro. Da quando ero solo una bambina, mio padre e io ci perdevamo nei boschi per ore, senza fretta, seguendo sentieri nascosti, respirando odori e silenzi, assorbendo ogni vibrazione del mondo intorno a noi. Non è mai stata uno sfondo: la vivevo sulla pelle, tra terra sotto le mani, vento in faccia, luce che mutava ad ogni passo, lei che cambiava con le stagioni. È lì che ho imparato a osservare, ad ascoltare, a misurare il tempo con pazienza e meraviglia.
Come immaginate il vostro “paesaggio mentale” quando create? Ci sono luoghi reali o fantastici che vi guidano?
Anna / Il mio paesaggio mentale nasce dalle immagini che si materializzano continuamente nella mia testa, ovunque vada. Non sono luoghi reali o fantastici a guidarmi: è piuttosto una percezione interna, un sesto senso che unisce tutti gli altri sensi e mi permette di manifestare un concept che raramente cambia. Quando osservo un luogo, mi sforzo di sentirne il genius loci, il carattere unico che lo definisce, e in quel momento divento una sorta di rabdomante: intreccio memoria, percezione, luce, materiali e spazio, traducendo sensazioni in forme concrete. È come ascoltare un paesaggio invisibile, raccogliere vibrazioni e atmosfere e trasformarle in un progetto che non solo rispetta il luogo, ma ne racconta l’anima, rendendo visibile ciò che altrimenti rimarrebbe solo intuizione.
Francesca / Il mio paesaggio mentale è attraversato da correnti: non è mai statico né puramente contemplativo. È un campo di forze, dove convivono ordine e caos. Spesso vedo prima le ossature invisibili dello spazio: intersezioni, assi, centri, come linee guida che orientano tutto il resto. Poi inserisco tensione, vibrazione, energia: un albero piegato dal vento, un fascio di luce che filtra tra le fronde. Mi interessa che uno spazio abbia carattere, che non sia neutro. Voglio che chi lo attraversa senta qualcosa nel corpo: la leggerezza quando la luce danza sul percorso, l’intensità quando la densità delle piante avvolge, la sorpresa di uno scorcio inatteso. Ogni passo, ogni angolo, ogni dettaglio contribuisce a un ritmo interno che modula la percezione: il passo rallenta o accelera, lo sguardo si apre o si concentra, la mente si lascia sorprendere. Quando progetto mi chiedo sempre: come reagirà il corpo? Dove si fermerà lo sguardo? Dove sentirà il cuore battere un po’ più forte?
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei vostri lavori?
Anna / Più che un sogno o un’idea ricorrente, nei miei lavori si manifesta inevitabilmente la mia personalità. Per indole, sono attratta soprattutto dalla dimensione umana dei luoghi: le storie che raccontano, le tracce di chi li abita, le relazioni tra spazio e corpo.
Francesca / Il sogno che ritorna nei miei lavori è l’idea dell’attraversamento come crescita, del passaggio che trasforma chi lo compie. Non ci sono rigidi confini, ma momenti di sospensione tra ciò che si conosce e ciò che può accadere: spazi che fanno sentire corpo, respiro e mente, che invitano a muoversi, reagire e lasciarsi sorprendere. Vorrei che chi attraversa l’esperienza vivesse l’immersione dall’interno. Ogni curva, ogni vuoto, ogni elemento è pensato perché il visitatore non resti estraneo, ma diventi nodo, respiro, battito dello spazio stesso. Forse questa tensione nasce da me: radici profonde che radicano, desiderio di spingermi oltre che apre. Ogni progetto diventa così un invito concreto: entra, attraversa, senti il tuo corpo dialogare con lo spazio, e quando esci, sei diverso, trasformato dall’esperienza vissuta, anche solo per un istante.
Se il vostro modo di progettare fosse un sogno, come immaginate lo scenario? Lucido, epico, silenzioso o collettivo?
Anna / Se il mio modo di progettare fosse un sogno, sarebbe come un film di Wes Anderson: teatrale, colorato, meticoloso nei dettagli, ma anche caotico, pieno di personaggi grotteschi che animano lo spazio e lo rendono vivo. Lo scenario è lucido e surreale insieme, dove geometrie precise convivono con invenzioni eccentriche, e ogni colore e ritmo riflette la mia visione. Non è un sogno collettivo, ma profondamente personale: un racconto in cui luce, forma e movimento convergono in armonia instabile. È epico nella struttura, silenzioso nei dettagli, ma mai statico, perché invita a fermarsi, osservare e lasciarsi sorprendere.
Francesca / Lo immagino lucido ed epico, ma con un’energia condivisa. Non un sogno solitario, ma uno spazio che mette in relazione, capace di accogliere e trasformare. È solare senza essere superficiale, intenso ma armonico. Come una composizione musicale che cresce progressivamente: inizia con tensione sottile, si espande, coinvolge, e trova infine una forma compiuta senza spegnere l’energia iniziale.
Cosa significa per voi giardinaggio evoluto?
Anna / Per me giardinaggio evoluto significa aprire gli occhi e ritrovarsi in un mondo complesso e stratificato, capace di rompere i canoni della quotidianità. Significa comprendere che l’attività dell’uomo sulla natura, per addomesticarla e coltivarla, deve giovare non solo all’uomo stesso, ma anche alla natura che lo ospita. Un giardino non è solo un luogo bello perché risponde a canoni estetici universali e capace di commuovere: è anche un ecosistema vivo, in cui il progetto, la cura e le scelte vegetali aumentano la biodiversità, offrono servizi ecosistemici e sostengono la vita. Pensare in termini di giardinaggio evoluto significa costruire spazi che siano belli e poetici oggi, ma che abbiano la responsabilità di restare vitali e rigogliosi per il futuro, dove ogni pianta, ogni gesto e ogni progetto contribuiscono a un equilibrio tra estetica, ecologia e benessere degli esseri viventi.
Francesca / Per me il giardinaggio evoluto è innanzitutto responsabilità e visione. Responsabilità ecologica: progettare spazi che rispettino il suolo, i cicli naturali, le stagioni e la biodiversità, creando giardini capaci di durare nel tempo e di sostenere la vita in tutte le sue forme. Ogni scelta vegetale, ogni gesto di cura, diventa un atto di equilibrio tra uomo e natura. Visione culturale: il giardino non è più solo ornamento o decorazione, ma diventa spazio narrativo, educativo, trasformativo. Racconta storie, evoca emozioni, invita a fermarsi e riflettere.
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione sperate si provi entrando in contatto con il vostro progetto?
Anna / A Orticolario 2026, spero che chi entra nel nostro progetto venga avvolto da emozioni libere, delicate e autentiche, senza confini prestabiliti. Vorrei che ciascuno sentisse ciò che il proprio cuore gli suggerisce: meraviglia, stupore, dolcezza o malinconia. Voglio che ogni passo diventi scoperta, ogni sguardo sia dialogo con il paesaggio, e che la natura, i colori e le forme del giardino si facciano voce, sussurro e carezza, creando un’esperienza sensoriale ed emotiva che resti viva nella memoria molto tempo dopo l’uscita dal giardino.
Francesca / A Orticolario 2026, spero che chi entra nel nostro progetto provi prima una lieve tensione, un sottile disorientamento come quando ci si trova in uno spazio che non si lascia leggere subito, che invita a muoversi con attenzione e curiosità. Poi, passo dopo passo, vorrei che si aprisse un percorso che alterna stupore e contemplazione. Dal buio primordiale alla luce riconciliata, ogni soglia attraversata diventa un passaggio tra stati diversi: dal silenzio al ritmo, dall’ombra alla luce, dall’osservare al sentirsi parte dello spazio. Il visitatore non è spettatore, ma elemento attivo: il suo corpo, il suo respiro, il suo passo dialogano con il giardino, trasformando lo spazio in esperienza condivisa. Ogni dettaglio è stato pensato per sorprendere, per stimolare la curiosità, per invitare a muoversi, reagire e lasciarsi trasportare. Alla fine del percorso, vorrei che si uscisse con una sensazione di forza quieta e di meraviglia, sentendo di non aver attraversato un semplice giardino, ma un sogno, un’esperienza trasformativa che rimanga nel corpo, sotto la pelle.
Se il vostro progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
Anna / Questo corpo – La rappresentante di Lista.
Francesca / Brazil – Venerus.
Cinque parole per voi strettamente legate ai concetti di sogno e illusione.
Metamorfosi, libertà, immaginazione, caleidoscopio, visione.
[BIO]
Anna Rota Martir, nasce a Bergamo il 25 giugno 2000 e cresce in una serra.
Ama il silenzio primordiale della natura e il respiro caotico della città. Attraverso un’etica estetica cerca l’unione degli opposti: ordine e caos, radici e metropoli. Il suo credo: la creatività richiede coraggio.
[BIO]
Francesca Caputo nasce ad Altamura il 26 ottobre 2001 tra le colline murgiane ed è una combinazione di energia mediterranea e sensibilità progettuale. Curiosa, intraprendente e solare, indaga il paesaggio come spazio vivo e trasformativo. Nei suoi lavori convivono ritmo e struttura, istinto e visione, con uno sguardo che intreccia natura, musica e cultura.
“In tutta sincerità, la natura è la mia ossessione. Il mio giardino è il mio rifugio e il mio laboratorio: la tisana del mattino profuma di erbe appena colte, gli aromi della cena raccontano le stagioni.” – Anna
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“Il mio paesaggio mentale è attraversato da correnti: non è mai statico né puramente contemplativo. È un campo di forze, dove convivono ordine e caos. Spesso vedo prima le ossature invisibili dello spazio: intersezioni, assi, centri, come linee guida che orientano tutto il resto. Poi inserisco tensione, vibrazione, energia: un albero piegato dal vento, un fascio di luce che filtra tra le fronde.” – Francesca