Hortus Illusorius, un progetto di
Alice Di Stefano, Cecilia Scatturin e Simona Spaiardi
[qualche domanda]
Come ha inizio la vostra storia?
Veniamo da mondi disparati, già solidamente formati in precedenza, come quelli della comunicazione, della storia dell’arte e della moda. Ci incontriamo alla Fondazione Minoprio, accomunate dal desiderio di continuare a esplorare linguaggi affini, ma diversi da quelli abituali, lasciandoci guidare dalla curiosità e dalla ricerca. I nostri percorsi precedenti non sono rimasti alle nostre spalle, ma continuano a vivere nel nostro modo di progettare: la comunicazione, lo sguardo storico-artistico e la sensibilità estetica della moda si intrecciano nel nostro lavoro, diventando strumenti attraverso cui osserviamo e interpretiamo il mondo vegetale. È proprio questa visione condivisa che ci ha unite nella progettazione. Le nostre identità professionali, variegate ma complementari, generano un approccio organico e una visione poliedrica, capace di accogliere molteplici livelli di lettura.
Quali sono le persone che più vi hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
La nostra ricerca nasce dall’incontro tra studi e riferimenti provenienti da molteplici ambiti disciplinari: botanica, filosofia, arte, design e storia delle esposizioni. Tra i riferimenti principali: Stefano Mancuso ed Emanuele Coccia per il pensiero scientifico e filosofico, suggerendo la possibilità di considerare il mondo vegetale non solo come oggetto di osservazione, ma come possibile soggetto narrante con cui convivere; Formafantasma per il design, visto come strumento critico per riflettere sui cicli di vita dei materiali e sul rapporto tra natura, industria e progetto; infine Giuseppe Penone e Adalgisa Lugli per la capacità di valorizzare la meraviglia e la varietà del mondo naturale nell’ambito artistico ed espositivo,
A questi si aggiungono le influenze di Antonio Sant’Elia, Matthieu Blazy, Jonathan Anderson e Alessandro Michele, capaci di reinterpretare storia, immaginazione e cultura visiva in forme nuove, insieme alle pratiche contemporanee del floral design di Lewis Miller e Hamish Powell e alle ricerche della Madrid Flower School e della Sogetsu School of Ikebana.
Quale opera d’arte/oggetto di design posizionereste al centro di un’esposizione?
Se dovessimo collocare un’opera al centro di un’esposizione sceglieremmo il lavoro di due artisti che, in modi diversi ma complementari, riflettono sul rapporto tra presenza, memoria e ambiente: Liu Bolin e Chiharu Shiota. L’opera di Liu Bolin, noto come “l’uomo invisibile”, nasce da un gesto di resistenza: nel 2005, dopo la distruzione del suo studio a Pechino, l’artista iniziò a mimetizzarsi negli spazi urbani e nei paesaggi sociali, fondendo il proprio corpo con l’ambiente circostante. I suoi autoritratti camaleontici non sono semplici esercizi di mimetismo, ma riflessioni profonde sulla perdita di identità dell’individuo nella società contemporanea. Accanto a questa ricerca, immagineremmo una grande installazione di Chiharu Shiota, un ambiente immersivo di fili intrecciati che trasformano lo spazio in una trama di relazioni invisibili. I suoi fili evocano connessioni, memorie e destini intrecciati con la terra verde sottostante, trasformando l’ambiente in modo emotivo e poetico. Poste idealmente al centro di un’esposizione, queste due ricerche dialogherebbero tra loro: da un lato la scomparsa dell’individuo nell’ambiente, dall’altro la rete invisibile di legami che unisce le cose e le persone.
In che modo la natura ispira i vostri progetti e il vostro stile di vita?
Condividiamo con figure come Ernst Haeckel, Karl Blossfeldt e Mark Dion la stessa attitudine nei confronti della natura: guardare ad essa non solo come oggetto di studio, ma come luogo di meraviglia e immaginazione. Apprezzare la sua dimensione estetica e quasi fantastica, in cui forme vegetali e organiche sembrano appartenere a universi immaginari.
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei vostri lavori?
C’è un’idea che ritorna spesso nel nostro lavoro: la convinzione che anche la più piccola manifestazione della natura contenga una forma di perfezione e di mistero capace di aprire nuovi immaginari. Ogni elemento del reale e quindi anche della vita vegetale può assurgere ad una lettura altra. Sta agli occhi di chi guarda, la capacità e la voglia di coglierlo.
Esiste uno scenario fantastico che incarna il vostro immaginario artistico?
Le tavole di Kunstformen der Natur di Ernst Haeckel sono ciò che meglio rappresenta il nostro immaginario. In queste illustrazioni organismi marini, piante e strutture microscopiche diventano forme straordinarie, quasi architetture immaginarie. La precisione scientifica si unisce allo stupore visivo, rivelando come il mondo naturale possa apparire allo stesso tempo reale e fantastico.
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione sperate si provi entrando in contatto con il vostro lavoro?
Vorremmo che le persone provassero un senso di meraviglia e leggerezza, ma soprattutto che il pubblico percepisse il dialogo tra lo sguardo e il contesto: la bellezza non è solo negli oggetti o nei fiori, ma negli occhi di chi osserva. Ogni installazione diventa così un piccolo cammeo, un momento sospeso in cui fermarsi a guardare, lasciandosi attraversare dalla natura e dal suo potere di suggerire, evocare e dare senso a ciò che accade nelle nostre vite. La meraviglia è ovunque, basta saperla scorgere: il nostro lavoro vuole accompagnare l’osservatore lento che, con fascinazione e contemplazione, trasforma il tempo in una pausa significativa, in una possibilità di riflessione.
Se il vostro progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
La colonna sonora di Alice in Wonderland, composta da Danny Elfman. Ttraduce in musica la dimensione dello stupore, della trasformazione e dell’illusione che caratterizza l’opera. Le sonorità oniriche e talvolta sospese della partitura evocano un mondo in cui i confini tra realtà e immaginazione si dissolvono. La colonna sonora non è solo accompagnamento, ma parte integrante della narrazione: un invito a perdersi, meravigliarsi e riscoprire il potere dell’immaginazione. La musica diventa una chiave di accesso emotiva al progetto, capace di amplificare la percezione del giardino.
Cinque parole per voi strettamente legate ai concetti di sogno e illusione.
Bruma, effimero, miraggio, visione, petricore.
[BIO]
Alice Di Stefano.
Da sempre nel mondo degli eventi, si specializza come floral designer per unire competenze progettuali al mondo floreale, con un approccio strutturato ed artistico.
> scatto di Pasquale Abbattista, reinterpretato in postproduzione da Orticolario
[BIO]
Cecilia Scatturin.
Storica dell’arte, docente di Digital Humanities e ricercatrice. Nel suo continuo studio delle forme, trova nel linguaggio dei fiori una potente metafora della vita.
> scatto di Pasquale Abbattista, reinterpretato in postproduzione da Orticolario
[BIO]
Simona Spaiardi.
Ex marketing director nel mondo della moda, oggi è floral designer: le sue opere superano la decorazione e si configurano come installazioni artistiche effimere.
> scatto di Pasquale Abbattista, reinterpretato in postproduzione da Orticolario
“C’è un’idea che ritorna spesso nel nostro lavoro: la convinzione che anche la più piccola manifestazione della natura contenga una forma di perfezione e di mistero capace di aprire nuovi immaginari. Ogni elemento del reale e quindi anche della vita vegetale può assurgere ad una lettura altra. Sta agli occhi di chi guarda, la capacità e la voglia di coglierlo.”