Come ha inizio la tua storia?
La mia storia nel mondo del paesaggio ha radici precise: gli anni di studio in Architettura al Politecnico di Milano, dove ho scoperto la mia vera vocazione. Rientrato a Cremona, ho subito tradotto la teoria in pratica, iniziando a collaborare a stretto contatto con il progettista e agrotecnico cremonese Giovanni Cristofolini, allievo della fondazione Minoprio.
Nel tempo ho sentito l’esigenza di affinare costantemente le mie competenze: dallo studio approfondito delle specie botaniche all’analisi del terreno, del clima e dell’esposizione, imparando a conciliare tutto questo con le richieste dei clienti e facendo tesoro dei miei stessi errori.
Oggi, nel mio approccio, dedico un’attenzione maniacale alla direzione del cantiere. Credo fermamente che un progetto di successo debba unire con armonia la biologia della botanica, il rigore della progettazione architettonica, la cura degli arredi e l’integrazione delle moderne tecnologie.
Essere un architetto paesaggista significa accettare che la materia con cui si lavora non si ferma mai. Solo restando aggiornati si può continuare a crescere, migliorare e dare vita a spazi capaci di emozionare.
Quali sono le persone che più ti hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
A livello artistico, mi ha ispirato sicuramente la figura di Tadao Ando, architetto giapponese contemporaneo, celebre per le sue opere in cemento a vista, caratterizzate da geometrie pure, luce naturale e perfetto dialogo con la natura, che spaziano dalle abitazioni private ai musei e ai luoghi di culto presenti in tutto il mondo.
A livello professionale, invece, sono stato ispirato dal progettista e agrotecnico cremonese Giovanni Cristofolini, allievo della fondazione Minoprio, mio “mentore”, avendo lavorato presso la sua azienda di progettazione e realizzazione giardini in occasione del mio primissimo lavoro.
Come immagini il tuo “paesaggio mentale” quando crei? Ci sono luoghi reali o fantastici che ti guidano?
Quando chiudo gli occhi per immaginare un nuovo progetto, il mio “paesaggio mentale” non è una selva caotica, ma uno spazio sospeso dove l’ordine architettonico incontra l’imprevedibilità della natura. Essendo un architetto, la mia mente elabora lo spazio per volumi, prospettive e funzioni, ma con la profonda consapevolezza che il mio materiale da costruzione è vivo e in continuo mutamento.
Se devo descrivere i luoghi, reali o fantastici, che mi guidano, penso spesso alle geometrie rigorose delle pianure lombarde e alle linee pulite del design milanese che ho studiato, avvolte però dalle atmosfere della mia Cremona, dove la nebbia o i cambi di luce sfumano i contorni trasformando la realtà in qualcosa di onirico.
È questa dualità tra l’assoluta razionalità del costruito e il fascino misterioso dell’elemento naturale – la stessa tensione teatrale che ho esplorato nell’installazione su Sogno e Illusione – a fare da tela di fondo alle mie visioni.
In che modo la natura ispira i tuoi progetti e il tuo stile di vita?
Per me la natura non è mai stata una semplice quinta decorativa, ma la materia prima con cui scolpire lo spazio. Questo approccio si fonda su un principio cardine della mia filosofia progettuale: il giardino diventa la “stanza in più” di una casa. Non è uno spazio esterno che inizia dove finisce l’abitazione, ma la sua estensione più fluida, vitale e affascinante. A differenza degli interni domestici, però, questa stanza possiede una quarta dimensione: il tempo. La natura mi insegna a progettare l’evoluzione. Le stagioni cambiano i colori dei tessuti vegetali, i volumi si espandono, le fioriture scandiscono i mesi. Nel mio stile di vita, la natura è una maestra di pazienza, resilienza e osservazione: mi ha insegnato che non tutto può essere dominato dalla fretta o dal controllo assoluto. Le piante hanno tempi fisiologici che vanno rispettati, e l’imprevisto fa parte del gioco. Questa consapevolezza permea la mia vita di tutti i giorni: mi ha reso una persona più attenta ai dettagli, capace di accettare il mutamento e di trovare la bellezza nell’imperfezione e nell’evoluzione continua. La natura mi spinge a cercare costantemente un punto di incontro tra il rigore razionale dell’architettura e l’energia istintiva, a volte ribelle, dell’ambiente. È un dialogo infinito, una ricerca di armonia che guida la mia mano sul foglio da disegno e il mio modo di stare al mondo, sempre alla ricerca di una connessione autentica tra l’essere umano e lo spazio che abita.
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei tuoi lavori?
Il mio sogno ricorrente è un mondo in cui la terra non ci trattiene a sè, ma in cui le radici si elevano e vanno cercare il cielo, un luogo mistico dove la natura fluttua libera nell’aria. Da tempo mi affascina molto l’utilizzo di piante epifite (come la Tillandsia), dei giardini sospesi, di kokedama giganti o di specchi d’acqua dalle tonalità scure, che vanno a riflettere la vegetazione sovrastante, e moltiplicano all’infinito i punti di vista e gli scorci naturali. Si crea così la piacevole illusione di camminare e muoversi nel vuoto, anziché in uno spazio chiuso e limitato, si ampliano le prospettive e tutto diventa più ampio e ancor di più avvolgente.
Idee che fluttuano spesso nella mia mente, quando immagino, a metà strada tra sogni e pensieri reali, di progettare un giardino, un terrazzo, uno spazio verde che si ispiri sempre di più a queste sensazioni.
Se il tuo modo di progettare fosse un sogno, come immagini lo scenario? Lucido, epico, silenzioso o collettivo?
Lucido. Se il mio modo di progettare fosse un sogno, sarebbe senza dubbio lucido. Rappresenta quel momento esatto in cui le idee si allineano nella mente, in modo spontaneo e fulmineo. È l’istante preciso in cui il rumore di fondo e il caos iniziale si dissolvono all’improvviso, rivelando una visione che risponde a ogni aspettativa con disarmante chiarezza. In questo scenario onirico provo la sensazione tangibile di intuizioni che “escono veloci e spontanee”, prive di qualsiasi rigidità accademica. Tutto prende forma grazie a un flusso naturale e fluido.
Cosa significa per te giardinaggio evoluto?
A mio parere, il concetto di “giardinaggio evoluto” trascende la semplice cura del verde per trasformarsi in una vera e propria scenografia immersiva, dove la biologia e le tecnologie più invisibili si fondono in un abbraccio indissolubile. Parlo di un ecosistema ibrido che integra sensori di movimento celati tra le fronde, bioluminescenza indotta per illuminare le notti, sentieri in materiali piezoelettrici e pietre acustiche capaci di risuonare alle vibrazioni esterne.
In questo spazio d’avanguardia, il paesaggio non è più uno sfondo passivo, ma un interlocutore attivo che dialoga intimamente col visitatore: i fiori si schiudono come per magia, le luci pulsano in armonia con i passi e delicati, paesaggi sonori si attivano unicamente al passaggio umano, creando la potente illusione di una natura pienamente senziente.
Ma giardinaggio evoluto significa anche progettare un ecosistema resiliente che sembra vivere di pura vita propria, un microcosmo autosufficiente governato da intelligenze artificiali silenziose.
È la materializzazione di un sogno.
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione speri si provi entrando in contatto con il tuo progetto?
Avvicinandosi al perimetro del cratere, il visitatore si trova sospeso sul limite: esita tra il timore reverenziale verso l’ignoto e l’attrazione magnetica della scoperta.
Di fronte a lui, il prato familiare si è squarciato per rivelare un’anomalia brutale e affascinante.
L’occhio è rapito dalle architetture minacciose del Poncirus spoglio, le cui spine sembrano poste a guardia dei grandi ovoidi scarlatti, mentre l’imponenza degli Ontani suggerisce la forza primordiale che ha spaccato la terra.
È un puro sentimento di sublime contemporaneo: l’inquietudine per una natura ribelle si mescola al desiderio di sfiorare l’intangibile.
Se il tuo progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
Angelo Badalamenti – Laura Palmer’s Theme (da Twin Peaks).
Un capolavoro musicale costruito su un dualismo perfetto, una tensione costante e irrisolta tra una superficie rassicurante e un abisso oscuro, esattamente come il cratere che propongo di aprire nel prato di Villa Erba.
Musicalmente, è la traduzione esatta del “respiro trattenuto della terra” che rappresento nel mio progetto.
Nel brano, da questo buio sonoro emerge una melodia al pianoforte: un crescendo struggente, ipnotico, di una bellezza magnetica, che cattura inesorabilmente l’ascoltatore. Questo corrisponde all’esatto momento in cui il fruitore si sporge sulla corona perimetrale e scopre l’interno del cratere.
È l’incanto della scoperta.
Cinque parole per te strettamente legate ai concetti di sogno e illusione.
Soglia, mutazione, pulsazione, inquietudine, rivelazione.
[BIO]
Gianluca Lanfredi nasce a Cremona nel 1972.
Si laurea in Architettura al Politecnico di Milano, sviluppando fin dagli studi un forte interesse per il rapporto tra architettura e natura. Nel corso della sua carriera approfondisce la progettazione del verde, occupandosi di giardini e parchi e seguendo ogni fase dei progetti, dalla concezione iniziale alla realizzazione e alla direzione lavori. La sua esperienza si fonda su un equilibrio tra botanica, agronomia, design e architettura, con l’obiettivo di creare spazi armoniosi che collegano la casa al giardino, curando i dettagli e rispettando l’ambiente.
“La natura mi insegna a progettare l’evoluzione. Le stagioni cambiano i colori dei tessuti vegetali, i volumi si espandono, le fioriture scandiscono i mesi. Nel mio stile di vita, la natura è una maestra di pazienza, resilienza e osservazione: mi ha insegnato che non tutto può essere dominato dalla fretta o dal controllo assoluto.”