Come ha inizio la tua storia?
Come architetto, sono sempre stato affascinato dal rapporto tra costruzione e suolo. L’uomo, vivendo e abitando la natura per renderla “luogo”, lascia tracce che testimoniano un processo di modificazione continua che io cerco di interpretare come dialogo e non come opposizione: non una lotta tra presente e passato, né una lotta tra uomo e natura che oggi, purtroppo, sembrerebbe avere un esito drammatico.
Considero il Masterplan di Euroflora un momento di sintesi delle mie ricerche. Un progetto che mi ha impegnato per più di due anni, alternando ricerca formale a problematiche tecnico-costruttive. Ho poi sentito il bisogno di qualcosa di più intimo e forse più profondo: ho dunque iniziato a rielaborare concetti e strutture in una forma più libera, esplorando le possibilità che una piccola stampante 3D poteva offrirmi. E da qui, forse chiudendo un cerchio, sono tornato a ripensare a un tema per me fondamentale: il rapporto tra forma e la sua immagine. Orticolario mi ha offerto la possibilità di mostrare questa riflessione come racconto e come dialogo in un’installazione. Mi è sembrato naturale estendere il livello percettivo dell’installazione a un piano musicale. Ho chiesto così a Simone, che conosco da anni e con cui ho già lavorato a progetti sul rapporto tra architettura e musica, di aiutarmi in questa avventura.
In che modo la natura ispira i tuoi progetti e il tuo stile di vita?
Da italiano, europeo e “mediterraneo”, sono molti i luoghi da cui si può imparare qualcosa; tuttavia, avendo vissuto diversi anni in Sudafrica, ho anche imparato a conoscere una natura imponente, capace quasi di “sopraffarti”. La possibilità di percorrere distese immense, dove l’unica traccia umana fino all’orizzonte è la strada di sassi che stai percorrendo, è un’esperienza che ha messo in discussione le mie certezze. L’emozione di trovarmi sul Capo di Buona Speranza, su quello sperone di roccia dove si incontrano i due oceani, rimarrà sempre impressa nella mia memoria.
Quali sono le persone che più ti hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
Sono molte, direi. Tra gli architetti, Brunelleschi: un vero rivoluzionario capace di unire visione e tecnica, intesa come conoscenza del saper fare. Poi, forse, Guarini ancor più di Borromini: visitando recentemente le sue chiese torinesi, è meraviglioso osservare come le sue geometrie complesse siano dispositivi “trasparenti” per condurre la luce solare all’interno dello spazio. Guardando al contesto contemporaneo, sono sicuramente legato a figure come Peter Eisenman, Rem Koolhaas e Frank O. Gehry. Quest’ultimo ha saputo costruirsi un software per tradurre un modello fisico, di cartone piegato, in architettura. In sintesi, come fu la prospettiva per Brunelleschi, egli ha creato uno strumento per “interpretare” il mondo. Fondamentale è stato il mio professore di dottorato, Ernesto d’Alfonso, che mi ha guidato in un dialogo di oltre vent’anni a comprendere e sviluppare le idee di cui stiamo parlando. E infine mio padre, ingegnere, che mi ha raccontato l’Odissea disegnandola su un piccolo quaderno, ricordandomi sempre che il disegno è, prima di tutto, un modo per conoscere.
Quale opera d’arte/oggetto di design posizioneresti al centro di un’esposizione?
D’istinto mi viene in mente la Pietà Rondanini, forse anche perché, vivendo a Milano, mi è capitato di vederla diverse volte e ogni volta mi racconta qualcosa di nuovo e di diverso. È un processo di emersione dalla pietra che si è interrotto, eppure sprigiona una dinamicità sorprendente. Riesce a unire il sentimento intimo di un momento all’eternità.
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei tuoi lavori?
Mi viene in mente l’opera di Pollock. Da una parte evoca l’idea di una sostanziale intercambiabilità tra superficie verticale (scena) e orizzontale (palco). Dall’altra, parla di un suolo fatto di strati che affiorano con differente intensità: dà l’idea di un suolo profondo che si fa superficie, lasciando emergere tracce differenti in cui la trasparenza diventa spessore. Mi ispira perché mi suggerisce la compresenza di attori diversi che abitano uno spazio non come atomi isolati, ma come unità di segni (tracce) distinte. Il nostro è un territorio complesso, fatto di reti, tessuti disomogenei, paesaggi agricoli e naturali… Come possiamo pensare, immaginare e progettare questa complessità in modo che ogni “attore” sia rappresentato?
Esiste uno scenario fantastico che incarna il tuo immaginario artistico?
Vorrei dire di no, eppure la domanda mi spinge a riflettere. La parola “paradiso” rimanda all’idea di giardino recintato: una natura immaginata, sempre mediata dalla cultura.Nella storia, questa immagine ha assunto forme diverse, dalla geometria astratta del giardino rinascimentale al paesaggio “naturale” del giardino pittoresco, spesso influenzate dai contesti reali da cui nascono. Oggi, però, tendiamo a immaginare la natura fantastica come un luogo senza presenza umana. Mi sembra un cortocircuito: pensare la bellezza solo attraverso la nostra esclusione.
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione speri si provi entrando in contatto con il tuo lavoro?
Spero curiosità. Ho immaginato un’opera che non debba essere compresa necessariamente al primo impatto; è qualcosa che va scoperto, esperito.
Ci sono differenti piani di narrazione in dialogo tra loro e mi auguro che le persone vogliano mettersi in gioco lavorando manualmente con le matrici e le stampe, comprendendo, nell’atto stesso del fare, il senso del racconto.
Se il tuo progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
Una composizione costruita su cellule semplici che si ripetono, si trasformano e si mettono in relazione nel tempo, in un flusso continuo, mai del tutto prevedibile e in equilibrio tra ordine e variazione. La musica è una componente strutturale del progetto e, in questo senso, il lavoro di Simone Libralon interpreta con precisione i principi di stratificazione e dialogo che ne sono alla base: elementi che convivono, si sovrappongono e si influenzano reciprocamente, mantenendo traccia del loro passaggio. Ne emerge un paesaggio sonoro che non si sviluppa in modo lineare, ma per affioramenti e ritorni, come una memoria in movimento. Il risultato è un ascolto che si attraversa, in cui ogni gesto lascia un’impronta e si relaziona con ciò che lo precede e lo segue.
Cinque parole per te strettamente legate ai concetti di sogno e illusione.
Memoria, ignoto, flusso, traccia, passione.
[BIO]
Matteo Fraschini (1976), architetto Ph.D. e docente al Politecnico di Milano. Già docente all’Università di Cape Town, ha curato il masterplan di Euroflora 2025, esposto alla Biennale di Venezia 2025. Premiato in concorsi internazionali, indaga il legame tra tattile e visivo tramite geometrie e modellazione digitale. È autore di Design Disegno (2018).
[BIO]
Simone Libralon (1988), musicista e sound designer, è viola solista dell’Orchestra Sinfonica di Milano. Esplora il suono come dispositivo ambientale, con all’attivo diverse incisioni e pubblicazioni sul rapporto tra musica e design.
“Oggi tendiamo a immaginare la natura fantastica come un luogo senza presenza umana. Mi sembra un cortocircuito: pensare la bellezza solo attraverso la nostra esclusione”. – Matteo