Come ha inizio la vostra storia?
Mindshapes / Fin dai primi anni di vita mi sono sentito attratto dalla possibilità di creare. Nel 2015, grazie agli stimoli di grandi insegnanti all’Accademia di Belle Arti di Brera, entro in contatto con il mondo dell’arte contemporanea e inizio a sviluppare una personale ricerca artistica. Parallelamente, inizio a collaborare con lo studio di tatuaggi milanese Satatttvision: dare vita ad arte visiva su pelle mi ha permesso di prendere dimestichezza nella creazione di opere su supporti tridimensionali e in movimento, come il corpo, declinando le onde come cifra stilistica, chiara ed essenziale. Ho iniziato a creare rappresentazioni di mondi fluttuanti e onirici che ci ricordano la nostra connessione con una dimensione sottile stimolando una sensazione di calma e pace legata all’elemento dell’acqua. Nel 2018 le prime collaborazioni mi portano a lavorare in alcuni dei più grandi studi di design a livello mondiale, arrivando ad esporre al Fuorisalone 2023 la mia prima collezione. In un dialogo a metà tra la dimensione quantistica, dello spirito e l’interpretazione delle forme naturali, le onde sono diventate per me il principio che crea dialogo tra mondi interconnessi: lo spettro visibile delle frequenze luminose e lo spettro udibile delle frequenze sonore.
Luca / La mia storia inizia lasciando l’università di architettura. Nonostante i dubbi e le difficoltà, quel momento mi ha insegnato che per creare bisogna essere sinceri con se stessi. Ascoltarsi. In un anno di assestamento, ho lavorato come disegnatore tecnico a Milano in uno studio di architettura internazionale e, parallelamente, ho iniziato a creare ul caminett: un’associazione culturale in cui organizzo concerti e festival. Provo la libertà di costruire allestimenti, curare un giardino e creare uno spazio che le persone possano vivere. Conosco persone, realtà, collettivi. Affianco uno di questi, Orbita studio, con il quale ho collaborato nella creazione di allestimenti sia per ul caminett sia per altri eventi. Orbita mi insegna tanto: il gusto e una visione che prima non avevo. Guidato da una nuova spinta, decido di studiare progettazione di giardini a Minoprio, imparando prima la botanica di base e poi come applicarla in uno spazio. Capisco che mi piace. In un giardino ci sono tantissime opportunità. E che la natura fa davvero bene alle persone. Mi ricordo che esprimersi vuol dire portare un messaggio che va oltre se stessi.
Stefano / Tutto ha inizio nel cortile di un piccolo paese tra l’Alto Milanese e il Basso Varesotto, circondato da piante e animali di quella che un tempo era una cascina, poi trasformata in casa. Cresco lì, trascorrendo gran parte della mia infanzia con i miei nonni, immerso in un ambiente dove natura e manualità convivono ogni giorno. Mio nonno rappresenta la mia prima vera fonte di ispirazione. Fin da piccolo lo seguo in ogni attività: a soli cinque anni mi insegna a fare la malta e a progettare su carta piccoli artefatti. I miei “giochi” non sono plastica, ma legno, chiodi, mattoni e cemento. In quel contesto nasce la mia curiosità: osservare, capire, costruire. Il contatto con la tecnologia arriva in modo graduale durante gli anni scolastici, ma è alle superiori, studiando sistemi informativi aziendali, che nasce una vera passione. Da lì inizio a unire ciò che ho sempre fatto con le mani a ciò che posso progettare e sviluppare attraverso strumenti digitali. Questa unione tra natura, manualità e tecnologia è l’origine del mio approccio artistico e progettuale: un equilibrio tra osservazione, funzione e ricerca continua, dove ogni idea nasce dall’esperienza e si evolve grazie all’innovazione.
Quali sono le persone che più vi hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
Mindshapes / Artisti fondamentali sono stati – e sono tutt’ora – Felipe Pantone, fulcro e modello d’ispirazione per quanto riguarda la forma, la composizione e la ricerca che percorre, legata all’interpretazione della luce; Andrea Sata e Yuri Sata artisti poliedrici che nascono dal mondo dei graffiti, dell’arte e del fashion design. Andrea ideatore dei Plus Orbs, forma pura circolare, che ha sviluppato in moltissimi ambienti artistici e luoghi attraverso un approccio visionario e unico, Yuri, calligrafo contemporaneo, è generatore di molti alfabeti, creatore di tecniche calligrafe che hanno influenzato il panorama contemporaneo delle scritte. Il collettivo Satatttvision da cui provengo è fonte di ispirazione concettuale e tecnica, luogo di confronto e di genesi della maggior parte delle idee che ho sviluppato durante questi 10 anni. Infine, Francesco Vullo, importante artista e amico.
Luca / Le mie influenze nascono dall’incontro tra paesaggio, arte e musica, e definiscono un approccio al progetto che unisce osservazione, sperimentazione e autenticità. Una figura centrale è Gilles Clément, che ha cambiato il mio modo di guardare la natura. Mi ha insegnato che progettare non significa imporre una visione, ma interpretare processi già esistenti. L’estetica che ricerco nasce da qui: la natura crea l’arte più spontanea e sincera possibile ed è qui che troviamo la più alta delle ispirazioni. La sua idea che il valore stia nel fare, più che nel risultato, guida il mio processo.
Accanto a lui, Felipe Pantone rappresenta un’apertura verso un linguaggio più libero. La sua capacità di attraversare ambiti diversi mantenendo identità mi ha influenzato soprattutto nell’uso del colore e delle sfumature tono su tono, che costruiscono profondità e movimento. Un’altra influenza è Hayao Miyazaki, per la capacità di creare ambienti immersivi attraverso il disegno e la narrazione, per la sua forza nel mandare un messaggio forte e necessario attraverso l’arte.
Infine, Mac Miller mi ha influenzato per la sua libertà creativa e per l’autenticità con cui riesce a raccontare sé stesso. Un approccio che sento vicino: progettare come processo sincero, più che come semplice risultato.
Stefano / Le mie principali fonti di ispirazione nascono dall’incontro tra scienza, tecnologia e arte. È proprio nella fusione tra questi ambiti che riconosco il terreno più fertile per l’innovazione, dove la creatività non è solo espressione estetica, ma diventa uno strumento per comprendere e trasformare la realtà. Fin da piccolo, la figura che più mi ha affascinato è stata Leonardo da Vinci, simbolo di una visione completa e senza confini, capace di unire arte, ingegneria e curiosità scientifica in modo straordinariamente armonico. Il suo approccio multidisciplinare rappresenta ancora oggi un riferimento fondamentale nel mio modo di pensare e progettare. Accanto a lui, figure contemporanee come Zaha Hadid e Neri Oxman mi hanno ispirato per la capacità di integrare biologia, design e tecnologie avanzate, mentre Steve Jobs ha dimostrato come visione, semplicità e attenzione al dettaglio possano ridefinire il rapporto tra uomo e tecnologia. Ciò che accomuna queste figure è la capacità di superare i confini tra discipline, trasformando intuizioni in innovazioni concrete. Il loro lavoro mi ha insegnato che il vero progresso nasce quando la tecnica incontra la sensibilità artistica, e quando l’osservazione del mondo si traduce in nuove possibilità progettuali. Questo approccio guida in ogni aspetto il mio lavoro: esplorare, contaminare, unire linguaggi diversi per dare forma a soluzioni che siano al tempo stesso funzionali, evolute e profondamente connesse al contesto in cui vivono.
Quale opera d’arte/oggetto di design posizionereste al centro di un’esposizione?
Mindshapes / Al centro di un’esposizione posizionerei un’opera evocativa, che crea dialogo con chi osserva, che generi interazione sensoriale. Più di tutti in questo momento trovo interessante la ricerca di Francesco Vullo, le cui opere sono delle vere e proprie generatrici di stati sensoriali contemplativi e di dialogo. Vi è uno stato di illusione e magia sospesa che aleggia intorno alle sue creazioni, tanto che posizionandone una al centro di una stanza, si genererebbe un potente magnetismo, una calamita che attrae lo sguardo e lo cattura. È di questa magia che sto parlando.
Luca / Posizionerei Sky Mirror di Anish Kapoor. È un’opera che non si limita a stare nello spazio, ma lo trasforma.
Inserita in un giardino diventa una soglia, quasi una porta verso un’altra dimensione, capace di ribaltare la percezione di ciò che ci circonda. Amplifica la prospettiva e costringe a guardare il paesaggio in modo diverso.
Unire il cielo e uno spazio terreno è una cosa che mi attrae molto: introduce un livello ulteriore di lettura, crea uno scarto tra reale e percepito. Mi affascina anche la sua presenza fisica. Quando un oggetto occupa lo spazio in modo deciso, non è più solo un elemento inserito, ma diventa un punto di riferimento che ridefinisce tutto il contesto attorno. È esattamente quel tipo di intervento che cerco, elementi che non si limitano a essere presenti ma che innescano movimento.
Stefano / Un’opera d’arte, per me, non è solo qualcosa da osservare, ma un mezzo per aprire un dialogo profondo con chi la incontra. Se dovessi scegliere un oggetto da posizionare al centro di un’esposizione, opterei per un’opera capace di coinvolgere attivamente l’osservatore, accompagnandolo oltre una fruizione passiva verso un’esperienza più consapevole. Prediligo opere introspettive, capaci di stimolare riflessioni e percorsi mentali inesplorati, dove ogni osservatore può trovare una propria chiave di lettura.
Il mio obiettivo è creare una relazione armonica tra uomo e natura, evitando contrasti forzati e cercando invece un equilibrio fluido tra ciò che è costruito e ciò che è organico. In questo senso, immagino forme morbide e naturali, superfici riflettenti e giochi di luce in grado di interagire con lo spazio circostante. Le superfici organiche a specchio deformano e reinterpretano l’ambiente, generando effetti ottici che cambiano continuamente in base al punto di vista. Questo processo non restituisce una realtà fissa, ma una percezione dinamica, capace di stimolare intuizioni, idee e nuove connessioni. L’opera diventa così uno strumento di esplorazione: non impone un significato, ma invita a cercarlo. Aprire nuove prospettive negli altri è, per me, il valore più grande che l’arte possa offrire. Se riesce a generare anche solo un momento di consapevolezza o una nuova idea, allora ha raggiunto il suo scopo.
In che modo la natura ispira i vostri progetti e il vostro stile di vita?
Mindshapes / La natura è la fonte primordiale e ispiratrice, tutto ciò che vibra, si muove, evolve attraverso crescita e decrescita, nascita e morte, in un’onda costante che sale e scende, prende vita e se ne va. Ho vissuto diverse esperienze in natura, da piccole escursioni fino a lunghi viaggi di diverse settimane, totalmente immerso nei suoi ritmi e in contatto con i suoi rumori, i suoi suoni, le sue forme, notti sotto cieli stellati e giornate in mezzo al mare a contatto con le onde. In ogni sua forma, la natura è stata madre della mia interpretazione della realtà, attraverso texture e pattern, movimenti, profili, da ecosistemi marittimi a montani, in ogni modo in cui la natura si manifesta, c’è una ricorrenza formale, una struttura frattale che come in alto così in basso si ripete, come dentro, così fuori. In questo senso, l’onda è l’elemento primordiale che capto dalla natura, nelle ombre che l’acqua lascia a riva, nella translucenza del mare, o nel moto in cui si formano le maree, nei profili delle montagne ai fiumi che scorrono, fino ai pendii più impervi.
Luca / La natura è il mio riferimento principale, il più forte e il più puro. Mi attrae soprattutto il modo in cui crea composizioni che evolvono nel tempo, guidate da ritmi precisi: stagioni, cicli, equilibri. È un sistema in continuo movimento, spesso sottile e quasi impercettibile, ma capace di esprimere una forza improvvisa e potente. Questo mi insegna che il progetto non è qualcosa di statico, ma qualcosa che deve saper cambiare, adattarsi e vivere. Da qui nasce tutto il resto. Mi interessa ogni scala: dal dettaglio minimo nel punto più inatteso fino agli spazi aperti che sembrano non avere fine. Dai prati al sottobosco, ogni ambiente contiene una possibile direzione progettuale. Non la considero solo una fonte di ispirazione, ma un sistema da osservare e leggere. Ogni progetto nasce da lì. Influisce anche sul mio stile di vita in modo diretto: ho bisogno di stare all’aperto, dentro questi contesti, per pensare e creare. È una condizione necessaria, non accessoria.
Stefano / Il mio stile di vita e il mio modo di progettare sono profondamente influenzati e ispirati dal principio della biomimesi. Nel mio lavoro quotidiano osservo forme, micro-strutture ed equilibri presenti negli ecosistemi naturali, cercando di tradurli in soluzioni progettuali più efficienti, intelligenti e sostenibili. La natura rappresenta per me il più grande laboratorio di ricerca mai esistito: un sistema evoluto nel tempo, dove ogni forma risponde a una funzione precisa e ogni dettaglio è il risultato di un continuo processo di ottimizzazione. Questo approccio influenza anche il mio stile di vita, portandomi a cercare un equilibrio più consapevole tra tecnologia, produzione e ambiente, con una maggiore attenzione all’essenzialità, alla durabilità e all’impatto delle scelte progettuali.
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei vostri lavori?
Mindshapes / Innumerevoli sogni e idee si ripresentano in modo costante durante questi anni, guidati spesso da momenti di profondo equilibrio, stati di meditazione e connessione con la natura e l’ambiente che mi ospita. Sorgono nel mondo delle idee, dimensioni a priori di interconnessione, armonia, pace, sospensione, equilibrio. L’onda è soggetto e strumento, modello di analisi e interpretazione, di interazione e di moto evolutivo. È in questo contesto che nascono le esigenze espressive della mia arte, è qui che si posiziona l’idea ricorrente che crea il filo di connessione tra i vari lavori di questi ultimi anni, decifrabili attraverso innumerevoli tecniche e mezzi espressivi delle arti visive.
Luca / C’è un’immagine che torna spesso, più come sensazione che come ricordo preciso. È un paesaggio che ho vissuto e che mi è rimasto addosso: una mattina presto, appena sveglio in un bivacco. Esco da solo, metto le ciabatte e cammino verso una piccola cima poco distante, con un laghetto piccolo appena sotto. Mi ricordo la luce calda e il cielo azzurro del mattino in montagna pieno di nuvole bianche gonfie. Non è un sogno definito, ma una percezione che ritorna. A volte si trasforma: il prato diventa estremamente fiorito, con fiori alti che riempiono lo spazio. Quello che mi resta più addosso e da cui riesco a trarre più ispirazione è la sensazione. È un’immagine che continua a riaffiorare e che, in modo più o meno diretto, entra nei miei lavori e in quello che vedo come mio immaginario.
Stefano / Nei miei lavori ritorna spesso un’idea precisa: portare curve organiche e forme naturali negli oggetti che utilizziamo ogni giorno. Per semplicità produttiva siamo abituati a realizzare oggetti geometrici, rigidi e standardizzati; il mio obiettivo è superare questo limite, trasformandoli in forme più naturali, capaci di integrarsi armoniosamente con l’ambiente che ci circonda.
Questa ricerca non è solo estetica, ma anche funzionale. Le forme naturali sono il risultato di processi evolutivi ottimizzati nel tempo: ogni curva, ogni struttura risponde a un’esigenza precisa. Trasferire questi principi nel design significa sviluppare oggetti più efficienti, leggeri e coerenti con il loro utilizzo. Nei miei progetti cerco quindi di reinterpretare questo linguaggio, utilizzando la tecnologia per rendere producibili geometrie che in passato sarebbero state impossibili o troppo complesse. L’obiettivo è ridurre la distanza tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale, creando prodotti che non appaiano come elementi estranei, ma come una naturale estensione dello spazio in cui vivono. Credo che il design abbia il potere di avvicinare ciò che produciamo al linguaggio della natura.
Esiste uno scenario fantastico che incarna il vostro immaginario artistico?
Mindshapes / Si tratta di una dimensione immaginaria, fatta di mondi, stanze, luoghi interconnessi, e al contempo di pulizia formale, con contrasti rigidi e ampi spazi in cui opere sospese, installazioni e vuoti, dialogano dando spazio al movimento, la contemplazione e l’immaginazione. Le forme naturali si alternano in un serie di composizioni architettoniche modulari, dando forma a delle vere e proprie atmosfere oniriche, uno stato di sogno. Più di tutti l’universo ne è ispirazione, l’entanglement quantistico e la percezione cosmica che abbiamo dello spazio intorno a noi sono la forma più concreta di questo scenario fantastico, in cui forme macro si fanno contenitori di forme micro, in sistemi frattali e forme pure, semplici, essenziali.
Luca / Il mio immaginario non nasce da uno scenario unico, ma dal modo in cui costruisco lo spazio e, soprattutto, dal luogo in cui mi trovo. Si forma attraverso composizioni arboree che possono essere anche molto diverse tra loro: a volte una sola specie, a volte più varietà, ma sempre con un senso preciso nella disposizione, nelle forme e nelle scelte. Nulla è casuale. Tutto deve portare un messaggio, deve continuare un dialogo che spesso il luogo già crea. Credo che lo spazio non sia mai neutro: contiene già tensioni ed equilibri. Il progetto nasce nel momento in cui le si trasforma in qualcosa di leggibile. Per questo il mio immaginario non è legato a un’immagine fissa, ma a un modo di intervenire, che cambia ogni volta in base al contesto. È una sintesi di tutte le influenze che porto con me: natura, paesaggio, arte e design. Un sistema aperto, che si adatta e si trasforma continuamente. La capacità di adattamento è qualcosa che impariamo osservando la natura.
Stefano / Immagino un mondo in cui oggetti, architetture e tecnologie parlano lo stesso linguaggio della natura. Uno scenario in cui le forme non sono rigide e geometriche, ma organiche, fluide e perfettamente integrate con l’ambiente che le circonda. Vedo spazi in cui il costruito non si impone sul paesaggio, ma emerge da esso, come se fosse il risultato di una crescita naturale. In questo contesto, un ruolo fondamentale è dato dai pattern naturali: strutture e geometrie che, interagendo con la luce, generano effetti visivi sempre diversi e mai statici. Questa complessità non è casuale, ma profondamente funzionale. Credo che gli ambienti artificiali a cui siamo abituati — spesso squadrati, uniformi e neutri — contribuiscano alla distrazione quotidiana.
Al contrario, l’elaborazione visiva delle strutture naturali, ricche di variazioni e profondità, stimola una maggiore concentrazione e una connessione più profonda con lo spazio. Le superfici, talvolta riflettenti, amplificano questo dialogo tra luce e forma, trasformando l’ambiente in qualcosa di dinamico e vivo. L’osservatore non si limita a guardare, ma entra in relazione con lo spazio, diventandone parte attiva. È uno scenario in cui innovazione e natura non sono in contrasto, ma evolvono insieme. La tecnologia diventa uno strumento per interpretare e rendere producibili questi principi, creando un equilibrio tra design, funzione e paesaggio.
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione sperate si provi entrando in contatto con il vostro lavoro?
Mindshapes / L’auspicio è quello di poter generare una sensazione di armonia, pace e calma. Un’immersione nell’opera. L’osservatore non si limita ad essere spettatore ma vive in prima persona l’opera, girandole intorno, salendo sopra le pedane, riflettendosi verso il cielo attraverso le superfici a specchio e lasciando spazio alla contemplazione. Al centro di questo percorso vi è un principio fondamentale: dare potere all’osservatore. È lo sguardo di chi osserva a dare vita alla narrativa dell’opera. L’opera nasce da chi la crea, ma è di chi la vive. Offrire un input visivo proveniente dalla sorgente significa aprire uno spazio di dialogo interiore. In questo incontro emerge la possibilità di immaginare, visualizzare e ritrovare un rapporto più intimo con sé stessi, una dimensione spesso trascurata.
Luca / Vorrei che l’installazione incuriosisse. Che facesse avvicinare le persone. E che ponesse loro delle domande. La cascata è il punto centrale. Deve generare astrazione, spingere verso una dimensione onirica e attirare il pubblico dentro lo spazio. Vorrei che creasse curiosità, che venisse osservata da vicino, nei dettagli. Vorrei che le piante tropicali riportassero a terra, che spingessero a farsi delle domande e a leggere delle risposte nell’installazione. l prato fiorito è una transizione. Serve a rallentare, a spostare l’attenzione sui dettagli e a costruire un passaggio tra le due dimensioni. È uno spazio da attraversare, da leggere per interrogarsi. Tutte sensazioni che nascono dalla natura e che in essa hanno una risposta.
Stefano / Spero si provi innanzitutto meraviglia, seguita da una forma più profonda di introspezione. Vorrei che l’osservatore si sentisse inizialmente attratto dalle forme e dalla luce, per poi rallentare e iniziare a osservare in modo più consapevole ciò che lo circonda. Le superfici organiche a specchio giocano un ruolo centrale in questa esperienza: deformano i riflessi, frammentano e reinterpretano l’ambiente, restituendo immagini mai completamente definite. In questo modo, ciò che si osserva non è solo lo spazio esterno, ma anche una nuova percezione di sé all’interno di esso. L’opera diventa così un punto di incontro tra individuo, natura e costruito. Attraverso l’interazione tra forme, luce ed effetti ottici, il mio obiettivo è stimolare una riflessione più profonda sul rapporto tra le opere realizzate dall’uomo e l’ambiente naturale. Non come elementi in contrasto, ma come parti di un unico sistema in equilibrio. Mi interessa creare un’esperienza che non si esaurisca nell’impatto visivo, ma che lasci una traccia: un dubbio, un’intuizione o una nuova consapevolezza. Se anche solo per un momento l’osservatore si ferma a guardare il mondo con occhi diversi, allora il lavoro ha raggiunto il suo scopo.
Se il vostro progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
Mindshapes / “Echoes” dei Pink Floyd
Luca / “I Swear, I Really Wanted to Make a ‘Rap’ Album but This Is Literally the Way the Wind Blew Me This Time” di André 3000, dall’album New Blue Sun
Stefano / Se il mio progetto fosse una traccia musicale, sarebbe una composizione contemplativa e sperimentale, capace di unire armonia e tensione in un equilibrio dinamico.
Cinque parole per voi strettamente legate ai concetti di sogno e illusione.
Mindshapes / Onda, universo, dimensione, frequenza, sorgente.
Luca / Introspezione, contatto, sottobosco, movimento, transizione.
Stefano / Riflessi, mutazioni, fluidità, desiderio, introspezione.
[BIO]
Mindshapes (1997) nasce a Legnano.
Visual artist, dal 2015 esplora il mondo delle onde come fonte della realtà, creando opere armoniche tra arte e design.
[BIO]
Luca Meraviglia – Lume studio (1999) nasce a Rho.
Dopo un percorso in architettura si orienta verso la progettazione del verde. Si forma a Minoprio e lavora tra allestimenti, eventi e giardini.
[BIO]
Stefano Turconi (1997) nasce a Busto Arsizio.
Nel 2018 scopre stampa 3D e modellazione CAD, approfondendo design e industrializzazione di prodotto. Nel 2019 fonda Totum 3D per sviluppare le proprie passioni.
“In ogni sua forma, la natura è stata madre della mia interpretazione della realtà, attraverso texture e pattern, movimenti, profili, da ecosistemi marittimi a montani, in ogni modo in cui la natura si manifesta, c’è una ricorrenza formale, una struttura frattale che come in alto così in basso si ripete, come dentro, così fuori.” – Mindshapes
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“Il progetto non è qualcosa di statico, ma qualcosa che deve saper cambiare, adattarsi e vivere. Da qui nasce tutto il resto. Mi interessa ogni scala: dal dettaglio minimo nel punto più inatteso fino agli spazi aperti che sembrano non avere fine. Dai prati al sottobosco, ogni ambiente contiene una possibile direzione progettuale.” – Luca
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“La natura rappresenta per me il più grande laboratorio di ricerca mai esistito: un sistema evoluto nel tempo, dove ogni forma risponde a una funzione precisa e ogni dettaglio è il risultato di un continuo processo di ottimizzazione.” – Stefano