Come ha inizio la vostra storia?
La storia de Il papavero blu nasce dall’incontro tra due visioni complementari: l’immaginazione e la materia, il segno e la terra.
Uniamo un linguaggio grafico libero, talvolta irrealistico, attraversato da forme zoomorfiche e suggestioni istintive, a una competenza concreta nella cura e nella costruzione dello spazio naturale.
Tutto nasce da un disegno, da una visione che apre possibilità inattese e cerca di dare forma a ciò che rimane sospeso tra sogno e natura.
L’aspirazione che muove il nostro lavoro è la “logoterapia”, un dialogo libero che acquisisce forma e significato quando arte e tecnica entrano in relazione.
Quali sono le persone che più ti hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
In ambito artistico sono stato profondamente ispirato da diversi autori contemporanei e non solo. Tra questi spicca Ericailcane, il cui stile surreale e ricco di simbolismi mi ha colpito per la capacità di raccontare storie attraverso animali antropomorfi e atmosfere visionarie. Un’altra grande influenza è Marco Mazzoni, le cui illustrazioni minuziose, realizzate spesso con matite colorate, creano mondi sospesi tra natura, mito e delicatezza visiva.
Anche Matteo Masini rappresenta per me una fonte di ispirazione per il suo approccio personale al disegno e alla narrazione visiva. Infine, non posso non citare Hayao Miyazaki, maestro dell’animazione giapponese, capace di costruire universi poetici in cui fantasia, natura ed emozioni si intrecciano profondamente.
Questi artisti, pur con linguaggi diversi, condividono la capacità di trasformare l’immaginazione in immagini potenti, stimolando il mio modo di pensare e creare arte.
In che modo la natura ispira i vostri progetti e il vostro stile di vita?
La natura non è per noi una semplice fonte di ispirazione estetica, ma un principio guida. È un sistema complesso, armonico e imperfetto che ci insegna equilibrio, pazienza e trasformazione perpetua.
Osservando la crescita di una pianta, l’adattamento di una radice, la forma di un ramo modellato dal vento, comprendiamo che ogni elemento risponde a una necessità profonda. Questa consapevolezza orienta il nostro modo di progettare: non imponiamo forme, ma cerchiamo di ascoltare il luogo, i suoi ritmi, la sua identità.
La natura ispira il nostro linguaggio formale attraverso strutture organiche, richiami zoomorfici, dinamiche di crescita e metamorfosi. Allo stesso tempo richiama al senso estetico e alla cura verso ciò che creiamo.
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei vostri lavori?
Il desiderio di stupire e, allo stesso tempo, di lasciarci stupire è l’idea che ricorre costantemente nei nostri lavori.
La nostra ricerca nasce da una dimensione che potremmo definire onirica e pulsionale, una spinta creativa che si muove oltre l’ordinario e non si lascia limitare dalla “ratio”, per ricordare che l’immaginazione può ancora generare meraviglia.
Il nostro sogno ricorrente è creare opere che aprano varchi, che interrompano l’abitudine dello sguardo. Ogni progetto è concepito come un’esperienza attraversabile, vivibile, in cui l’osservatore possa entrare senza sentirsi condotto verso un’unica interpretazione. Crediamo che l’arte non debba imporsi, né affermarsi come verità assoluta. Al contrario, deve lasciare spazio. Spazio al dubbio, alla proiezione, alla memoria personale di chi guarda.
Esiste uno scenario fantastico che incarna il vostro immaginario artistico?
Più che uno scenario fantastico è un luogo sospeso. Uno spazio personale e interiore capace di lasciarci vagare e fluttuare in una dimensione che amiamo definire terapeutica e intima, dove la realtà rallenta e il tempo si dissolve. Lì nella vastità dell’affascinante attività cerebrale, dove la coscienza cambia di stato e ci assorbe nel dualismo di profondità e leggerezza.
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione sperate si provi entrando in contatto con il vostro lavoro?
Lo spettatore viene trasportato in un’altra dimensione, sospesa tra sogno e realtà. L’opera avvolge e i raggi di luce che filtrano guidano lo sguardo verso la scultura centrale, punto focale irraggiungibile, quasi tangibile ma impossibile da toccare. Ogni dettaglio crea un senso di profondità e disorientamento: ci si sente ovattati, accarezzati, immersi in un ambiente sospeso. La percezione può essere leggera e poetica, oppure inquietante, simile a un incubo, lasciando all’osservatore la libertà di leggere l’esperienza secondo le proprie emozioni e immaginazioni.
Se il vostro progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
Elegy for the Arctic di Ludovico Einaudi. Poche note al pianoforte, lente e sospese, che emergono dal silenzio come se affiorassero da una profondità invisibile. Non è una musica che guida, ma che avvolge: crea una sensazione di sospensione, di tempo dilatato, come se si fosse immersi in uno spazio liquido e ovattato.
Cinque parole per voi strettamente legate ai concetti di sogno e illusione
Evanescente, sospeso, etereo, abissale, fluttuante
[BIO]
Roberto Ducoli nasce a Erba nel 1976.
Dal 1996 è fondatore e socio de Il papavero blu, realtà che progetta e realizza giardini, installazioni ed eventi floreali.
Nel corso degli anni Il papavero blu ha partecipato a Orticolario con varie installazioni e spazi creativi. Tra i più recenti: “Musa Ventosa” (2019), “Infantia Mors Fabula” (2022) e “Amniotico” (2023).
“Ogni progetto è concepito come un’esperienza attraversabile, vivibile, in cui l’osservatore possa entrare senza sentirsi condotto verso un’unica interpretazione. Crediamo che l’arte non debba imporsi, né affermarsi come verità assoluta. Al contrario, deve lasciare spazio. Spazio al dubbio, alla proiezione, alla memoria personale di chi guarda.”