Come ha inizio la tua storia?
La mia ricerca nasce da una sensibilità precoce verso la dimensione visiva e percettiva, inizialmente espressa attraverso il disegno e la pittura. La formazione all’Accademia di Belle Arti di Firenze e gli studi in Storia dell’Arte mi hanno fornito strumenti tecnici e un metodo di ricerca fondato sull’analisi e sullo studio delle fonti, che oggi costituiscono la struttura del mio lavoro. Ma la mia ricerca prende forma altrove: nell’esperienza diretta, nei paesaggi attraversati, nei viaggi e nei momenti di contatto semplice e profondo con l’ambiente naturale. È nel sostare in una pineta, nel camminare in un bosco o lungo una spiaggia che nasce il mio sguardo. Da queste esperienze emerge un interesse per il mondo vegetale come presenza viva, organismo sensibile e spazio di relazione, capace di attivare una dimensione percettiva e immaginativa.
Quali sono le persone che più ti hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
Faccio fatica a ricondurre la mia ricerca a riferimenti univoci, perché si nutre piuttosto di un processo di assorbimento continuo, come una superficie sensibile che raccoglie stimoli eterogenei. Sono profondamente influenzata da ambiti diversi: dalla storia dell’arte, che attraverso epoche e linguaggi mi offre un repertorio inesauribile di forme, gesti e visioni, fino alla scienza, in particolare alla biologia vegetale, che ha trasformato il mio modo di osservare il mondo naturale. In questo senso, il pensiero di Stefano Mancuso è stato per me significativo, così come l’ascolto di conferenze e la lettura di testi che indagano l’intelligenza delle piante. Accanto a questi riferimenti, anche la letteratura, il cinema e l’esperienza quotidiana contribuiscono a costruire il mio immaginario. Più che singole figure, mi sento vicina a una costellazione di presenze: artisti, studiosi e visioni che intercetto e rielaboro, in un movimento continuo tra osservazione e trasformazione.
Quale opera d’arte/oggetto di design posizioneresti al centro di un’esposizione?
Sceglierei un organismo che richiama il mondo vegetale, ma che al tempo stesso se ne distacca, assumendo una forma altra. Un elemento in cui la natura sia presente nei suoi principi costitutivi — crescita, struttura, ritmo — ma tradotta in un linguaggio diverso, non immediatamente riconoscibile. Mi interessa quella soglia in cui il familiare diventa ambiguo: quando ciò che osserviamo conserva una memoria naturale, ma sfugge a una definizione precisa. In questo scarto si genera uno spazio di percezione attiva, in cui lo sguardo è costretto a rallentare e interrogarsi. Al centro porrei quindi non tanto un oggetto, ma una condizione: un organismo sospeso tra naturale e artificiale, capace di attivare dubbio, attrazione e disorientamento.
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei tuoi lavori?
Il “sogno” che ritorna è un’esperienza: attraversare una realtà che non si lascia definire completamente, ma che invita a sostare, osservare e rimettere in discussione ciò che crediamo di conoscere.
In che modo la natura ispira i tuoi progetti e il tuo stile di vita?
La natura per me non è soltanto una fonte di ispirazione, ma una forza che attraversa e attiva il mio sguardo in modo quasi fisico. È una presenza che si avverte prima ancora di essere compresa, un’esperienza che coinvolge i sensi e alimenta una tensione costante verso l’osservazione. Questa spinta si approfondisce attraverso la scienza e la biologia, che aprono accessi a dimensioni invisibili, rivelando strutture, comportamenti e intelligenze che sfuggono a una percezione immediata. È proprio in questo scarto tra ciò che vediamo e ciò che scopriamo che nasce il mio interesse. Il mio lavoro si sviluppa in questo spazio: un tentativo di restituire complessità a ciò che appare familiare, trasformando la natura in un campo di possibilità, in cui percezione, conoscenza e immaginazione si intrecciano.
Esiste uno scenario fantastico che incarna il tuo immaginario artistico?
Più che un unico scenario, il mio immaginario si costruisce per contaminazioni: attraversa pratiche dell’arte contemporanea, visioni cinematografiche e suggestioni sonore. Ritrovo questo spazio nelle ecologie immaginate di Avatar, nelle atmosfere di Plantasia e nelle visioni stratificate dei giardini del paradiso di Bosch. È un paesaggio ibrido, in cui naturale e artificiale convivono, e in cui ciò che è onirico permane anche nella veglia.
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione speri si provi entrando in contatto con il tuo lavoro?
Vorrei generare sorpresa, soprattutto nel momento dell’avvicinamento, quando lo sguardo cerca di comprendere ciò che ha davanti. Mi interessa attivare una scoperta progressiva: riconoscere elementi del nostro mondo vegetale e, allo stesso tempo, percepirli come altro. È in questa ambiguità che nasce la meraviglia — nella possibilità che ciò che vediamo ogni giorno, anche la forma più familiare come una pianta, possa rivelare una dimensione inattesa, capace di sorprendere. Una bellezza che non si impone, ma si accorda con l’esterno, prolungandone la sensibilità.
Se il tuo progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
Lo immagino come una composizione che attraversa registri diversi: dalle sonorità organiche e visionarie di Plantasia, alle trame elettroniche e stratificate di artisti come Maria Teriaeva, Ursula Bogner, Oval, Alva Noto. Una musica fatta di micro-variazioni, vibrazioni e interferenze, in cui elementi riconoscibili si trasformano progressivamente. In sottofondo, una tensione più lirica, come nella sonata per violino di Claude Debussy per ritrovarci in una dimensione sospesa e percettiva.
Cinque parole per te strettamente legate ai concetti di sogno e illusione.
Stratificazione, immersione, ibridazione, intensità, percettivo.
[BIO]
Aurora Bresci nasce a Fiesole nel 1988.
Si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze e in Storia dell’Arte (SAGAS, Università di Firenze). Artista visiva, la sua ricerca indaga la relazione tra corpo, natura e percezione attraverso pittura e installazione, estendendosi anche all’ambito scenico con allestimenti teatrali. I suoi progetti espositivi esplorano il mondo vegetale come organismo sensibile e simbolico.
“La natura per me non è soltanto una fonte di ispirazione, ma una forza che attraversa e attiva il mio sguardo in modo quasi fisico. È una presenza che si avverte prima ancora di essere compresa, un’esperienza che coinvolge i sensi e alimenta una tensione costante verso l’osservazione”.