Come ha inizio la tua storia?
La mia storia nasce da una sensibilità verso i luoghi. Prima ancora dell’architettura o delle piante, ciò che mi ha sempre colpito è lo spazio: il rapporto tra le forme, tra pieni e vuoti, tra luce e ombra. Gli studi classici e poi l’architettura mi hanno dato strumenti per comprendere meglio queste relazioni, ma in fondo credo che il progetto nasca da qualcosa di più istintivo: un’attenzione verso ciò che accade nei luoghi, verso quella qualità invisibile che rende uno spazio capace di farci stare bene.
Quali sono le persone che più ti hanno ispirato in ambito artistico e professionale?
Nel tempo ho sentito vicini autori molto diversi tra loro, accomunati però da una grande attenzione alla misura, alla luce e alla dimensione sensibile dei luoghi. L’architettura di Luis Barragán mi ha sempre colpito per la capacità di generare emozione attraverso elementi essenziali: il colore, la luce, l’acqua, il silenzio. Nei suoi spazi percepisco una dimensione intima e contemplativa che considero molto importante nel progetto. Nel paesaggio guardo con grande rispetto alla figura di Pietro Porcinai, che ha saputo interpretare il giardino come costruzione dello spazio prima ancora che come composizione botanica. Allo stesso modo trovo molto intensa la ricerca di Jacques Wirtz, dove il paesaggio prende forma attraverso masse, vuoti e proporzioni. Accanto a questi riferimenti mi ha sempre accompagnato anche lo sguardo della fotografia, in particolare quello di Luigi Ghirri. Nelle sue fotografie sento spesso una malinconia lieve, quasi felice, come se i luoghi custodissero una memoria silenziosa. È una sensazione che mi emoziona molto e che, in qualche modo, cerco di ritrovare anche nei progetti.
Queste figure sono state per me presenze discrete: modi diversi di guardare il mondo che hanno lentamente affinato il mio sguardo verso lo spazio, la luce e il paesaggio.
In che modo la natura ispira i tuoi progetti e il tuo stile di vita?
La natura per me non è tanto un modello da imitare quanto una presenza da ascoltare. Mi interessa soprattutto il modo in cui gli elementi naturali (la luce, il vento, il mutare delle stagioni) trasformano uno spazio nel tempo. Progettare significa creare le condizioni perché queste presenze possano accadere: perché la luce attraversi uno spazio in un certo modo, perché il vento muova le chiome degli alberi, perché il tempo lasci lentamente le sue tracce. Mi affascina molto il modo in cui gli elementi naturali riescono a dare vita anche alla materia più inerte. Un po’ come uno scultore che lavora la pietra, il vento leviga le superfici, l’acqua scava la terra, la luce modella i volumi con le ombre. In questo senso la natura diventa una forma di scultura lenta e continua, capace di trasformare i luoghi con una delicatezza e una pazienza che il progetto dovrebbe saper accogliere e accompagnare.
Come immagini il tuo “paesaggio mentale” quando crei? Ci sono luoghi reali o fantastici che ti guidano?
Quando penso al paesaggio mi tornano spesso in mente immagini molto semplici: colline morbide, campi dorati mossi dal vento, la luce filtrata del sole che scorre sulla superficie della terra. Sono immagini legate all’infanzia e alla campagna, dove trascorrevo del tempo da piccolo. Ricordo questi paesaggi come luoghi di pace. Forse è per questo che mi emozionano ancora oggi i paesaggi ondulati, le terre dorate, le ombre delle nuvole che scorrono lente sui campi. Naturalmente ogni progetto nasce da un luogo preciso, dalla sua storia, dalla sua memoria. È il luogo stesso a suggerire le forme e le scelte. Quello che rimane di quei paesaggi è piuttosto una sensazione: una certa quiete, una qualità della luce, un modo in cui lo spazio accoglie lo sguardo. Nei miei progetti cerco di inseguire quella sensazione di quiete e di farla dialogare con tutto il resto, con il carattere del luogo, con la sua storia, con le esigenze di chi lo vivrà. In questo incontro tra memorie diverse, quella del luogo e quella personale, prende lentamente forma il progetto.
C’è un sogno ricorrente – un’idea – che torna nei tuoi lavori?
Più che un’immagine precisa credo ritorni una sensazione. La ricerca di uno spazio capace di generare calma, di rallentare lo sguardo e il passo.
Mi interessa molto l’idea che un luogo possa offrire un momento di sospensione, quasi di silenzio.
Non un silenzio vuoto, ma uno spazio in cui si percepiscono meglio le cose: il movimento della luce, il vento tra le foglie, il tempo che passa.
Forse il sogno che ritorna è proprio questo: creare luoghi semplici ma intensi, in cui le persone possano sentirsi per un attimo in armonia con ciò che le circonda.
Spazi che non impongono una forma o una narrazione, ma che lasciano spazio alla percezione, alla memoria e all’immaginazione di chi li attraversa.
Se il tuo modo di progettare fosse un sogno, come immagini lo scenario? Lucido, epico, silenzioso o collettivo?
Lo immagino come un sogno silenzioso. Non un paesaggio spettacolare, ma uno spazio semplice, attraversato da una luce morbida e da movimenti lenti.
Un luogo in cui le forme sono poche e chiare, dove i pieni e i vuoti trovano un equilibrio naturale e dove chi entra può fermarsi per un momento e respirare.
Cosa significa per te giardinaggio evoluto?
Per me giardinaggio evoluto significa pensare il giardino come un insieme di relazioni: tra spazio e vegetazione, tra pieni e vuoti, tra luce, tempo e materia. Le piante non sono semplicemente un elemento decorativo, ma partecipano alla costruzione dello spazio insieme alla terra, alle proporzioni e alle distanze. Credo anche che il giardino abbia a che fare con la bellezza. Non una bellezza spettacolare o artificiale, ma una bellezza capace di affinare lo sguardo. Quando uno spazio è costruito con misura e sensibilità ci aiuta a percepire meglio il mondo intorno a noi, a scoprire dettagli che altrimenti passerebbero inosservati. Il giardino può educare alla meraviglia e alla cura.
In questo senso mi sento vicino anche al pensiero che invita a lavorare non contro la natura ma insieme ad essa. Significa comprendere i processi naturali, osservare, seminare e lasciare che il tempo faccia la sua parte. Più che imporre una forma definitiva, il progetto dovrebbe innescare dinamiche e creare le condizioni perché il giardino possa evolvere lentamente e trovare nel tempo il proprio equilibrio.
A Orticolario 2026.
Quale emozione o sensazione speri si provi entrando in contatto con il tuo progetto?
Spero che chi entra provi prima di tutto una piccola sospensione. Dall’esterno il progetto appare come un volume scuro e compatto, quasi enigmatico. Entrando, lo spazio cambia: i confini si fanno meno chiari, compaiono riflessi, presenze vegetali, frammenti di paesaggio.
Mi piacerebbe che il visitatore attraversasse un momento di incertezza percettiva, come quando ci si trova in un luogo che non si comprende subito. Uno spazio da esplorare lentamente, senza un percorso imposto, dove lo sguardo si abitua poco a poco al buio, alla luce, ai riflessi.
In fondo è questo che spero accada: che per qualche istante il visitatore si trovi dentro una soglia, tra realtà e immaginazione.
Un passaggio breve ma intenso, da cui uscire con uno sguardo leggermente diverso sul paesaggio.
Se il tuo progetto fosse una traccia musicale, quale sarebbe?
Spiegel im Spiegel di Arvo Pärt.
Cinque parole per te strettamente legate ai concetti di sogno e illusione.
Soglia
riflesso
silenzio,
attesa,
apparizione.
[BIO]
Stefano Dentice di Accadia nasce a Milano nel 1993.
Dopo gli studi classici intraprende il percorso in architettura tra Roma e Milano, dove si laurea al Politecnico di Milano nel 2018. Fin dagli anni della formazione sviluppa una profonda sensibilità verso il paesaggio e il mondo naturale, riconoscendo nel progetto uno spazio di relazione tra natura, luce e materia.
La sua esperienza professionale si forma attraverso collaborazioni con diversi studi di progettazione tra Milano e la Svizzera.
Nel 2021 fonda il proprio studio insieme al socio Alan Cadei. La ricerca dello studio si muove tra architettura e paesaggio e nasce dal desiderio di costruire luoghi capaci di generare bellezza, armonia ed emozione.
Il progetto è inteso come un gesto poetico e sensibile, guidato da uno sguardo gentile verso il paesaggio e il carattere dei luoghi. Luce, tempo, silenzio e materia diventano strumenti attraverso cui il giardino prende forma, dando vita a spazi di contemplazione, eleganza e a quella sottile felicità che solo il paesaggio sa custodire.
“Quando penso al paesaggio mi tornano spesso in mente immagini molto semplici: colline morbide, campi dorati mossi dal vento, la luce filtrata del sole che scorre sulla superficie della terra.
Sono immagini legate all’infanzia e alla campagna, dove trascorrevo del tempo da piccolo. Ricordo questi paesaggi come luoghi di pace. Forse è per questo che mi emozionano ancora oggi i paesaggi ondulati, le terre dorate, le ombre delle nuvole che scorrono lente sui campi.
Naturalmente ogni progetto nasce da un luogo preciso, dalla sua storia, dalla sua memoria. È il luogo stesso a suggerire le forme e le scelte.
Quello che rimane di quei paesaggi è piuttosto una sensazione: una certa quiete, una qualità della luce, un modo in cui lo spazio accoglie lo sguardo”.